Le cause legali temerarie sono diventate in Italia una vera e propria emergenza democratica. Si chiamano SLAPP – azioni legali strategiche contro l’azione pubblica – e sono querele e richieste di risarcimento quasi sempre infondate, usate non per vincere in tribunale ma per intimidire: chi le riceve deve pagare avvocati, passare anni in aula, convivere con la paura di una condanna.
L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di casi censiti – 21 nel 2024 secondo l’ultimo rapporto della coalizione europea CASE (Coalition Against SLAPP in Europe) – ed è il secondo anno consecutivo in cui siamo al primo posto. Il pretesto più usato è la diffamazione, ma quasi sempre le accuse non reggono: circa il 70% delle querele per diffamazione viene archiviato su richieste del pubblico ministero senza arrivare nemmeno a processo. E tra quelle che a processo ci arrivano, il 92% non finisce con una condanna. Il danno, quindi, non è la condanna ma il processo in sé.
Negli ultimi anni sono emersi casi che coinvolgono la Giorgia Meloni – che si è costituita parte civile nei confronti del comico Daniele Fabbri chiedendo 20 mila euro per una frase in un podcast satirico – Daniela Santanchè – che ha chiesto 5 milioni di euro a L’Espresso per un articolo sulla sua storia imprenditoriale – e il ministro delle Imprese Adolfo Urso – con una richiesta fra i 250 e i 500 mila euro a Il Foglio e Il Riformista. A Pesaro, nel 2025, un comitato di cittadini ha presentato un esposto sui rischi di un deposito di gas liquido vicino alle case. La risposta della Fox Petroli: 2 milioni di euro di risarcimento e una querela per diffamazione contro due attivisti. Persone comuni, non personaggi pubblici. E la lista è ancora lunga.
Quando abbiamo lavorato con IrpiMedia nell’inchiesta “Le mani sulla Ripartenza” sui conflitti di interessi del PNRR, una delle persone citate ha minacciato di farci causa per diffamazione, avviando una mediazione civile con richiesta di risarcimento danni.
Sappiamo che effetto fa ricevere una lettera così. È il motivo per cui porteremo questa battaglia fino in fondo.
Anche grazie alla pressione della coalizione CASE, di cui facciamo parte insieme a oltre 120 organizzazioni europee, nel 2024 l’Unione europea ha approvato una direttiva contro queste cause. L’Italia doveva recepirla entro il 7 maggio 2026 e non lo ha fatto: il 15 luglio la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione. Il decreto che il Governo ha poi scritto copre solo le cause con un elemento internazionale, mentre in Italia le querele bavaglio riguardano quasi sempre vicende che avvengono entro i confini: resterebbero dunque senza tutele più di 9 casi su 10. La direttiva fissa una soglia minima, non un tetto, e sia la Commissione europea, sia il Consiglio d’Europa hanno raccomandato di estendere le protezioni anche ai casi nazionali. Belgio, Polonia, Francia e Paesi Bassi lo hanno fatto. L’Italia no.
Il 5 agosto il Parlamento ha chiuso l’esame in un giorno solo. I pareri delle due Camere sono quasi identici e nessuno dei due tocca il problema principale. L’unica richiesta che entra nel merito delle tutele chiede al Governo di ridurre il rimborso delle spese legali a chi la causa l’ha subita.
Il testo dovrà tonare al Consiglio dei ministri, che può ancora correggerlo in 24 mesi.
Resta quindi aperta la partita che il nostro Paese rimanda da vent’anni: una legge italiana su diffamazione e liti temerarie, che tolga il carcere ai giornalisti, metta un tetto alle richieste di risarcimento e faccia pagare chi porta in tribunale una persona sapendo di avere torto.
Sarà uno dei temi su cui chiederemo conto ai partiti alle prossime elezioni politiche e vogliamo arrivarci con i dati, i casi e le proposte già sul tavolo.
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