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18 Novembre 2021

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La sorveglianza di massa è arrivata anche in Italia

Mentre in Italia si discute su una proposta di legge, il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione in cui si oppone all’uso di queste forme di sorveglianza negli spazi pubblici e da parte delle forze dell’ordine. È un passo in avanti, ma non basta: dobbiamo assicurarci che le nostre democrazie e società rimangano protette dalla minaccia della sorveglianza continua. Non si tratta di un rischio remoto: le città di Udine, Como e Torino hanno sperimentato l’uso di queste tecnologie.

di Lorenzo Raonel Simon Sanchez

Poco più di un mese fa, mercoledì 6 ottobre, con 377 favorevoli, 248 contrari e 62 astenuti, il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione per restringere ulteriormente – in alcuni casi proibire del tutto – l’uso di tecnologie di sorveglianza biometrica da parte delle forze di polizia e negli spazi pubblici. Sebbene la risoluzione non sia vincolante per la Commissione Europea, essa riconosce e condivide gli obiettivi della campagna europea Reclaim Your Face, che sosteniamo dallo scorso maggio. La campagna punta, tramite un’Iniziativa dei Cittadini Europei (ECI), a sollecitare la Commissione a proporre un atto giuridico che si innesti sui divieti generali previsti dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) e dalla Direttiva sulla Protezione dei Dati nelle attività di polizia e in quelle giudiziarie, per garantire che la sorveglianza biometrica di massa sia esplicitamente vietata dal diritto dell’Unione Europea.

La risoluzione adottata dal Parlamento Europeo riconosce i gravi rischi posti dalle tecnologie di riconoscimento facciale da parte delle forze dell’ordine, e sottolinea come l’uso di tali tecnologie debba sussistere solo in casi di estrema necessità. Per questo, il Parlamento chiede che esse vengano temporaneamente sospese finché non si dimostri che non violino i diritti fondamentali dei cittadini. Inoltre, si raccomanda la totale messa al bando di strumenti di riconoscimento automatizzati negli spazi pubblici, così come l’utilizzo di database privati da parte di istituzioni statali. Il Parlamento chiede anche alla Commissione di implementare al più presto, attraverso strumenti legislativi e non legislativi, un ban su qualsiasi uso dei dati biometrici che possa portare alla sorveglianza di massa in spazi pubblici. 

Anche in Italia il dibattito è molto acceso. Pochi giorni fa, il 10 novembre, la Commissione Affari Costituzionali ha sentito in audizione Fabio Chiusi, responsabile di progetto di Algorithm Watch, nell’ambito dell’esame di una proposta di legge nazionale volta a sospendere l’installazione e l’utilizzo di “impianti di videosorveglianza con sistemi di riconoscimento facciale operanti attraverso l’uso di dati biometrici in luoghi pubblici o aperti al pubblico.” In audizione, Chiusi ha dichiarato senza mezzi termini che il tema non è quello relativo alla precisione di tali tecnologie: «non serve una moratoria finché queste tecnologie diventeranno abbastanza precise, serve un ban perché queste tecnologie sono radicalmente incompatibili con una qualunque idea di convivenza democratica.»

Quando parliamo di sorveglianza biometrica, è normale sentirsi come se si stesse parlando di un film o di qualche straniante scenario da romanzo distopico, di qualcosa che, in altre parole, non ci riguarda direttamente. Non è così: sono i nostri volti, le nostre espressioni e corpi, con il proprio vissuto, a diventare dati, informazioni, denaro e, di conseguenza, potere.

Come abbiamo già segnalato, negli ultimi vent’anni il nostro Paese è stato colonizzato da migliaia di sentinelle virtuali – sistemi di videosorveglianza controllati dalla polizia locale – e sono già almeno tre le città in cui si sono avviati progetti o iniziative di pubblica sicurezza che facciano affidamento su tecnologie di riconoscimento facciale. 

Nella città di Torino, già nel 2018 sono state installate le prime dieci telecamere a riconoscimento facciale, per finalità di contrasto alle attività di spaccio nella settima circoscrizione della città. L’allora assessore della sicurezza, Roberto Finardi, aveva dichiarato al Corriere della Sera che valutava positivamente il sistema capillare e integrato possibile grazie alla tecnologia. 

A Como, come rivelato da un’inchiesta di Wired, è dal 2019 che si tenta di usare “funzioni innovative” di videosorveglianza nella zona del parco di via Tokamachi, nei pressi della principale stazione della città. Argomentando sulla base di “problemi di degrado” e diffusa sensazione di insicurezza nei cittadini, il Comune ha installato telecamere che potessero riconoscere i visi dei passanti e il cosiddetto loitering (bighellonaggio). 

In tempi più recenti, è stata la città di Udine a tentare la via della sorveglianza biometrica, installando in via Roma – anche in questo caso nei pressi della stazione ferroviaria – telecamere che possano identificare i senza fissa dimora anche in presenza di sciarpe, mascherine, occhiali o altri indumenti. 

In ciascuno dei casi il Garante della Privacy ha bloccato i progetti, sostenendo che non esistessero le basi giuridiche per raccogliere indiscriminatamente i dati dei cittadini, e che tali tecnologie potessero rappresentare il pericolo di poter rapidamente diventare forme di sorveglianza di massa. Questo però non azzera il rischio: nel caso di Udine, ad esempio, il Comune ha deciso di investire 675’000 euro per nuove telecamere, nonostante al momento non possano essere utilizzate, nella speranza che il Garante dia l’autorizzazione in futuro. In altre parole – le telecamere resteranno lì, in attesa di essere attivate.

Ad oggi, il problema non è sospendere o meno la valutazione del giudizio sulla videosorveglianza, il riconoscimento facciale e le altre forme di controllo biometrico, ma è la permanenza di queste forme di tecnologia nelle nostre strade, sui nostri dispositivi, e tutto intorno a noi. 

Secondo il nostro ordinamento giuridico nessuno può essere sottoposto a sorveglianza senza gravi indizi di reato. La sorveglianza biometrica ribalta questo principio: ogni persona è osservata, monitorata, e schedata alla ricerca di comportamenti “sospetti”.

Chi decide cos’è un “comportamento sospetto”? Quali sono i parametri utilizzati? In che modo i cittadini possono tutelarsi da abusi e violazioni? Queste sono domande a cui vogliamo avere risposta. Non accetteremmo mai che una persona ci seguisse costantemente monitorando e valutando chi siamo, cosa facciamo, quando e dove ci muoviamo. Il riconoscimento facciale, insieme ad altre tecnologie biometriche utilizzate nei luoghi pubblici, agisce proprio in questo modo, trasformando ognuno di noi in un potenziale sospetto.

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