Dona

Querele bavaglio, il decreto lascia fuori i processi penali e nove casi su dieci. A pochi giorni dal voto in Commissione, The Good Lobby lancia una campagna divulgativa

Il recepimento italiano della direttiva europea anti-SLAPP protegge solo i procedimenti civili con implicazioni transfrontaliere, pari a meno del 10% dei casi mappati dalla coalizione CASE. Restano fuori i casi nazionali e i processi penali per diffamazione. The Good Lobby Italia lancia la campagna «Un ombrello bucato non protegge nessuno». 

 

3 agosto 2026 – Il decreto con cui il Governo sta recependo la direttiva europea contro le querele bavaglio rischia di lasciare senza tutela più di nove casi italiani su dieci. E il Parlamento lo sta chiudendo mentre il Paese è in vacanza: il 30 luglio la Commissione Politiche dell’Unione europea della Camera ha espresso parere favorevole senza osservazioni, e nei prossimi giorni voteranno le Commissioni Giustizia di Camera e Senato. Poi il testo tornerà al Governo per l’approvazione definitiva. L’Italia avrebbe dovuto recepire la direttiva entro il 7 maggio. Il termine è scaduto e il 15 luglio la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione.

Le garanzie della direttiva valgono  soltanto per i procedimenti civili con implicazioni transfrontaliere: secondo i dati della Coalition Against SLAPPs in Europe (CASE) rappresentano meno del 10% dei casi registrati. Restano esclusi i casi che si verificano all’interno di un singolo Paese e i procedimenti penali, che sempre secondo CASE costituiscono il 20% del totale fino alla fine del 2024. Un limite particolarmente rilevante in Italia, dove la querela per diffamazione è uno degli strumenti più utilizzati per intimidire chi parla nell’interesse pubblico. 

È il caso del comico Daniele Fabbri, a processo per aver definito «puzzona» la Presidente del Consiglio in un podcast satirico: Giorgia Meloni si è costituita parte civile chiedendo 20.000 euro. Allo stato attuale, un caso del genere resterebbe escluso due volte: perché penale e perché tra due persone che vivono entrambe in Italia. 

Due proposte alternative di parere, depositate da PD e M5S, chiedevano di correggere proprio questi punti, ma non sono mai state votate. Nel parere approvato al loro posto, la Commissione scrive senza spiegarlo che lo schema «adotta una definizione molto ampia di questione transfrontaliera». 

«Una legge contro le querele bavaglio che esclude i casi nazionali e i procedimenti penali, e quindi anche le querele per diffamazione, lascia le cose come stanno», dichiara Andi Shehu, Policy Officer di The Good Lobby Italia. «Il testo si può ancora correggere, estendendo le tutele ai casi nazionali e ai procedimenti penali. È necessario intervenire ora, prima che l’iter si concluda e che, nel pieno della pausa estiva, si perda l’occasione di approvare una disciplina realmente efficace contro le querele bavaglio». 

The Good Lobby Italia fa parte di CASE Italia, il nodo italiano della Coalition Against SLAPPs in Europe, audito il 28 luglio dalla Commissione Giustizia della Camera, dove l’organizzazione ha depositato una memoria con dieci proposte puntuali di modifica. 

Proprio oggi The Good Lobby Italia lancia la campagna «Un ombrello bucato non protegge nessuno», realizzata in collaborazione con Stormi, agenzia di comunicazione. Diffusa nelle prossime settimane su Instagram, Facebook, LinkedIn e YouTube, l’attività di divulgazione e approfondimento proseguirà con un’azione pubblica.

 

 

 

NOTE PER LA STAMPA: 

 

Perché l’Italia poteva fare diversamente

La direttiva (UE) 2024/1069 fissa una soglia minima di tutela, non un tetto: nulla impedisce agli Stati membri di estendere le garanzie anche alle controversie interne. Sia la Commissione europea (Raccomandazione UE 2022/758) sia il Consiglio d’Europa (Raccomandazione CM/Rec(2024)2) hanno raccomandato di farlo, e diversi Stati membri hanno scelto questa strada. Il testo italiano non lo prevede.

La nozione di «transfrontaliero»

L’articolo 3 dello schema considera priva di implicazioni transfrontaliere ogni controversia in cui entrambe le parti siano domiciliate in Italia. L’articolo 5 della direttiva richiede invece due condizioni cumulative: il domicilio delle parti nello stesso Stato membro e la collocazione in quello Stato di tutti gli «altri elementi pertinenti alla situazione». L’omissione del secondo requisito è il rilievo tecnico su cui si concentra la memoria depositata in Parlamento. Le due proposte alternative di parere depositate il 30 luglio riprendono buona parte dei rilievi contenuti nella memoria di CASE Italia. Quella del MoVimento 5 Stelle interviene su cinque dei dieci punti (gli articoli 2, 3, 13, 16 e 17 dello schema) e rileva che l’articolo 3, comma 2 esclude espressamente anche l’azione civile esercitata nel processo penale. Nessuna delle due è stata posta in votazione. 

Un altro caso emblematico, disponibile per approfondimenti

Nel maggio 2025 il comitato «Pesaro: no GNL» ha presentato un esposto sui rischi ambientali e sanitari di un impianto di stoccaggio di gas liquido costruito in un’area abitata. Il mese successivo la società Fox Petroli S.p.A. ha risposto con una richiesta di risarcimento da 2 milioni di euro e una querela per diffamazione aggravata contro due attivisti. Cittadini comuni, senza una redazione né un ufficio legale alle spalle. Anche questo caso, con tutte le parti in Italia, resterebbe fuori dall’ambito di applicazione del decreto.

I dati

Fonte: CASE Report 2025 – Democracy in the Dock, quarta edizione, gennaio 2026, pubblicato dalla Daphne Caruana Galizia Foundation per conto della Coalition Against SLAPPs in Europe. Sintesi in italiano.

  • Nel 2024 in Italia sono state mappate 21 SLAPP, il numero più alto d’Europa (Germania 20, Serbia 13, Ungheria 12, Turchia 10, Ucraina 10). È il secondo anno consecutivo in cui l’Italia è al primo posto.
  • In tutta Europa: 167 nuovi casi nel 2024, 1.303 dal 2010.
  • Base giuridica dei casi registrati fino alla fine del 2024: 65% civili, 20% penali, 2,5% entrambi.
  • Altri casi italiani documentati nel rapporto: il ministro delle Imprese Adolfo Urso contro Il Foglio e Il Riformista (giugno 2024, richiesta tra 250.000 e 500.000 euro); la ministra del Turismo Daniela Santanchè contro L’Espresso (richiesta di 5 milioni di euro).
  • Il Media Pluralism Monitor 2026 del Centre for Media Pluralism and Media Freedom colloca l’Italia a rischio medio-alto per il pluralismo dei media (51%, quindicesima su ventisette Paesi), segnalando in particolare l’aumento dei procedimenti penali e civili contro i giornalisti, anche da parte di membri del Governo, e la mancata adozione di tutele contro le SLAPP. Scheda Italia
  • La Relazione sullo Stato di diritto 2026 della Commissione europea, pubblicata il 17 luglio, dedica all’Italia un capitolo di 28 pagine in cui rileva il persistere di criticità sulla riforma della diffamazione e sulla protezione dei giornalisti. 

Il quadro procedurale

  • 7 maggio 2026 – scade il termine di recepimento della direttiva. L’Italia non adempie.
  • 9 luglio 2026 – lo schema di decreto legislativo è trasmesso alle Camere come Atto del Governo n. 424. I pareri parlamentari non sono vincolanti e il testo non è emendabile.
  • 15 luglio 2026 – la Commissione europea avvia la procedura di infrazione n. 2026/0410 nei confronti dell’Italia e di altri 13 Stati membri.
  • 28 luglio 2026 – CASE Italia è audita dalla Commissione Giustizia della Camera.
  • 30 luglio 2026 – la Commissione Politiche dell’Unione europea della Camera approva il parere favorevole (allegato 9). Le proposte alternative di parere presentate dal gruppo Partito Democratico (allegato 10) e dal gruppo MoVimento 5 Stelle (allegato 11, prime firme Scerra, Bruno, Cantone, con parere contrario) non sono state poste in votazione: sarebbero state votate solo in caso di bocciatura della proposta della relatrice. Testi integrali nel bollettino della Commissione.

Materiali

 

Contatti ufficio stampa The Good Lobby – Bovindo

Edoardo Caprino | e.caprino@bovindo.it

Silvia Faraci | s.faraci@bovindo.it – 380 783 3204