14 miliardi per un presidente

Chi sta finanziando le elezioni USA 2020 e come funziona il sistema elettorale americano? Una diretta di The Good Lobby con i ricercatori Chiara Fiorelli e Mattia Diletti ha risposto a queste domande

 

Le elezioni presidenziali americane sono alle porte e, nel frattempo, il costo della campagna elettorale più costosa della storia è passato da 11 a 14 miliardi, secondo le stime del Center for Responsive Politics. The Good Lobby, assieme ai ricercatori della Sapienza di Roma Chiara Fiorelli e Mattia Diletti, curatore del progetto editoriale Atlante USA 2020 di Treccani, ha voluto vederci più chiaro su queste cifre in una diretta andata online ieri sui profili social dell’associazione.

Intanto sfatiamo un mito, ha esordito Fiorelli: “il finanziamento pubblico delle campagne elettorali esiste anche negli USA. Ogni cittadino può donare una parte delle sue tasse fino ad un massimo di 3 dollari: in questo modo si è arrivati a raccogliere fino a 300 milioni”.  Da anni però i candidati scelgono di rinunciare ai fondi pubblici stanziabili per la parte finale della campagna elettorale, optando per quelli privati,  dato che non è consentito potersi avvalere contemporaneamente di entrambi. Ritengono infatti di potere raccogliere somme più ingenti da donatori privati, ben di più di quanto non potrebbero ottenere grazie ai fondi pubblici. 

“Abbiamo assistito ad un’esplosione della rincorsa al denaro che parte da George W. Bush – ha spiegato Diletti – La cosa incredibile è che queste enormi quantità di fondi vengano convogliate su un numero di competizioni relativamente limitato: le elezioni USA si giocano di fatto in 5-6 Stati. I Democratici vincono il voto popolare dal ‘92, fatta eccezione che per il 2004, ma per via del sistema dei grandi collegi elettorali hanno perso le elezioni nel 2000 e nel 2016. Questo sistema fa sì che ci sia un grande elettore per ogni 700.000 candidati in California e uno ogni 200.000 cittadini in Wyoming. Tutti gli stati piccoli e rurali sono sovrarappresentati e questo avvantaggia il Partito Repubblicano”. 

“Se negli Stati uniti si riuscisse a votare come in Europa, con un sistema maggioritario – continua il ricercatore – facendo sì che chi prende un voto in più vincesse effettivamente le elezioni, forse assisteremmo ad uno sgonfiamento di una funzione così decisiva del denaro”.

Ma come si stanno muovendo i principali e più importanti gruppi di interesse? Dai dati riportati da Open Secrets, risulta che il comparto sanitario stia sostenendo Biden, quello immobiliare e dei casinò Trump. “Tradizionalmente il settore delle armi e dell’industria petrolifera è a favore dei Repubblicani, mentre anche per effetto della candidatura di Kamala Harris alla vicepresidenza il settore delle Big Tech sembra più disponibile ad avere un dialogo con i Democratici” conclude Diletti. I nuovi movimenti sociali (Black Lives Matter ad esempio) non indirizzano fondi direttamente sui candidati, ma raccolgono cifre considerevoli per far partecipare gli elettori al voto, cosa tutt’altro che scontata negli Stati Uniti, dove storicamente votare è complicato, e gli stessi seggi sono spesso lontani dagli elettori. 

Va detto che a fronte dell’enorme flusso di denaro che circola nelle campagne elettorali americane, il livello di trasparenza è ben superiore a quello italiano e soprattutto è possibile tracciare le donazioni in tempo reale. In Italia, i candidati hanno fino a 3 mesi per rendicontare le spese e manca un organismo capace di raccogliere centralmente questi dati, rendendoli di fatto quasi infruibili. “Spesso queste informazioni vengono inviate alle corti d’appello a cui bisogna fare richiesta per accedere ai dati. Il sistema è molto macchinoso e geopardizzato”, ha commentato Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby.

Sul sito della Federal Election Commission, invece, ha spiegato Fiorelli, le informazioni sui finanziamenti elettorali vengono aggiornate ogni 24-48 ore. Non bisogna però pensare che trasparenza sia di per sé informazione, puntualizza la ricercatrice. Attraverso un sistema di raccolta fondi sempre più diffuso, il bundling, singole persone possono raccogliere pacchetti di donazioni di altri soggetti, il cui tracciamento richiede un ulteriore lavoro di analisi.  

Chi performa bene come “bundler” ha spesso un ritorno in termini di cariche, ha aggiunto Diletti, garantendosi un accesso diretto a una delle tantissime nomine di natura presidenziale previste negli USA (quasi 2400).

Le microdonazioni, invece, sono una strategia recente, sempre più utilizzata a partire dalla campagna di Obama del 2008, hanno concluso Fiorelli e Diletti, finalizzata non solo a raccogliere fondi per la campagna elettorale, ma ad aumentare il livello di mobilitazione e di impegno al voto degli elettori. L’assunto di base è infatti che se sei disposto a donare per un candidato, sarai senz’altro disposto anche a votarlo.