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6 Novembre 2019

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Lobbisti buoni: Greenpeace

Intervista a Federica Ferrario Responsabile Campagna Agricoltura e Progetti speciali di Greenpeace Italia

di Niccolò Tommasi

Non è vero che i lobbisti sono solo uomini grigi che hanno le mani ovunque e fanno accordi sotterranei per privilegiare gli interessi dei potenti. Esistono anche lobbisti buoni che si battono per cause più che giuste. 
Con questo ciclo di interviste ai “lobbisti buoni” sveliamo come il lobbying possa essere uno strumento di partecipazione e democrazia a disposizione di tutti.

Federica Ferrario per Greenpeace Italia

Greenpeace realizza campagne per proteggere l’ambiente, promuovere la pace e incoraggiare le persone a cambiare abitudini, indagando, denunciando e affrontando i crimini ambientali. Nasce nel 1971 quando i suoi fondatori decidono di salpare per l’Artico e fermare dei test nucleari: da quel viaggio è nata la storia di un movimento che oggi comprende 26 organizzazioni nazionali e regionali indipendenti in oltre 55 paesi nel mondo. È presente in Italia dal 1986. 

Da sempre appassionata di etologia, ecologia e ambiente, Federica Ferrario si è occupata di gestione dei rifiuti e bonifiche. Dal 2002 è la Responsabile Campagna Agricoltura e Progetti speciali di Greenpeace Italia e dal 2016 segue le problematiche legate agli accordi commerciali internazionali.

Chi è un lobbista?

Un lobbista è una persona che porta istanze su determinate tematiche principalmente all’attenzione di un decisore politico. Nel mio caso, rappresentando una ONG che si occupa di ambiente, le istanze sono a favore di un interesse collettivo – e non privato – a tutela di ambiente e salute.

Cosa rispondi a chi pensa che il lobbying sia una forma di pressione indebita portata avanti solo da grandi multinazionali e potenti faccendieri?

Non è così. È normale che chi ha più risorse può fare lavori più completi ma lobbying non è di per se un termine negativo. Semplicemente, tra me che sono di Greenpeace e chi si occupa di realtà private, ci sono alla base istanze diverse che vengono portate avanti. Per me quello che deve essere tutelato è il bene pubblico e l’ambiente. Chi lo fa per dei privati invece ha altre priorità. Ma sempre di lobbying si tratta.

In che modo portate avanti le vostre richieste rivolte ai decisori pubblici?

Andando a spiegare le ragioni per le quali chiediamo di approvare una norma o una modifica. Alla base delle nostre istanze c’è però sempre un background scientifico e oggettivo: noi non portiamo opinioni, portiamo fatti.

Dietro c’è un lavoro capillare nascosto che è il lavoro vero. Usando una metafora, se le nostre mobilitazioni pubbliche rappresentano la punta dell’iceberg, gli incontri e i dialoghi con le parti politiche sono invece il resto del ghiaccio, e quindi la gran parte.

Qual è il risultato più importante che avete ottenuto con il vostro “lobbismo buono”?

I risultati sono numerosi e diversificati, esattamente come lo sono le realtà che concorrono a raggiungerli. Non c’è mai una singola organizzazione alla base di un risultato. Noi ad esempio abbiamo contribuito all’ottenimento di norme e modifiche normative relative agli OGM, all’agricoltura, al tema delle plastiche, alla pesca… I risultati sono stati tanti.

Pensi che la classe politica, nei temi di vostro interesse, tenda a favorire i lobbisti di aziende private o grandi poteri economici? E, se sì, in che modo si potrebbe democratizzare il lobbying dando spazio a tutte le voci del tuo settore?

Non si può fare un discorso generale perché la classe politica è composta da persone. I risultati cambiano al cambiare del politico. C’è chi riserva grande attenzione ai temi legati all’ambiente e ai diritti umani e chi invece no.

Con la nostra campagna sul lobbying stiamo chiedendo che questa pratica venga regolamentata anche in Italia: pensi sia importante che il Parlamento approvi una riforma in questo senso?

Certo, penso sia molto importante. È necessario rendere il sistema più trasparente possibile, esattamente come succede in Europa dove ci sono i registri dei lobbisti, e dare lo stesso spazio a tutte le voci che si esprimono su un determinato argomento. Una regolamentazione in questo senso dovrebbe però essere semplice e chiara.

Che cosa dovrebbe prevedere questa regolamentazione?

Tre parole chiave: chiarezza, accessibilità ai dati e trasparenza. Se io parlo con un ministro voglio che le persone sappiano che cosa ci siamo detti perché non devo avere nulla da nascondere.

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