6 Novembre 2019

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Lobbisti buoni: Slow Food

Intervista a Cristina Agrillo, project manager e policy officer di Slow Food

di Niccolò Di Tommasi

Non è vero che i lobbisti sono solo uomini grigi che hanno le mani ovunque e fanno accordi sotterranei per privilegiare gli interessi dei potenti. Esistono anche lobbisti buoni che si battono per cause più che giuste. 
Con questo ciclo di interviste ai “lobbisti buoni” sveliamo come il lobbying possa essere uno strumento di partecipazione e democrazia a disposizione di tutti.

Cristina Agrillo per Slow Food

Slow Food è una grande associazione internazionale non profit impegnata a ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi, grazie ai saperi di cui sono custodi territori e tradizioni locali. Ogni giorno Slow Food lavora in 150 Paesi per promuovere un’alimentazione buona, pulita e giusta. Per tutti.

Da sempre impegnata nell’associazionismo di promozione sociale, con un profilo misto tra project manager e policy officer, nel 2012 Cristina Agrillo approda a Slow Food dove scrive e coordina progetti internazionali e supporta l’attività di advocacy dell’ufficio Slow Food di Bruxelles, presso il quale ha lavorato nel 2017 e 2018 occupandosi in particolare di Politica agricola comune, qualità dei prodotti alimentari, proteine, spreco alimentare e Politica alimentare comune. 

Chi è un lobbista?

Prima di rispondere a questa domanda faccio una premessa: come Slow Food facciamo advocacy di cui il lobbying rappresenta solo un pezzettino. È sicuramente una parte importante ma che facciamo parzialmente e solo da pochi anni in maniera strutturata. Mentre l’advocacy include le campagne informative, i dibattiti pubblici, la raccolta di opinioni e di evidenze scientifiche, la mobilitazione per sensibilizzare i cittadini; il lobbying è rivolto direttamente ai decisori politici. 

La nostra esperienza è per lo più europea e quindi, guardando a questa, definirei il lobbista come una persona il cui ruolo è quello di fare pressione sui decisori politici al fine di influenzare il processo di elaborazione delle  politiche pubbliche. Il suo obiettivo è quindi quello di portare gli interessi specifici dell’organizzazione che rappresenta. L’organizzazione si fa portavoce della compagine sociale che rappresenta e di cui raccoglie le istanze. Nel nostro caso, si tratta della voce di cittadini, produttori, cuochi, educatori, studiosi, che condividono la necessità di tutelare e rafforzare la biodiversità alimentare e l’educazione del gusto.

Cosa rispondi a chi pensa che il lobbying sia una forma di pressione indebita portata avanti solo da grandi multinazionali e potenti faccendieri?

Sarebbe riduttivo, come sempre la realtà è più complessa. Purtroppo è vero che ci sono persone che lo praticano in questo modo, ma non è solo così. Ci sono diversi tipi di lobbisti che variano anche al variare del settore nel quale operano, che può essere profit come non profit. Esiste infatti un lobbismo buono – sarà naïf definirlo buono, ma serve a sottolineare che nonostante il pregiudizio esiste un altro modo di fare lobbying –  un lobbismo di organizzazioni volto a tutelare l’interesse di tutta la società e ad aumentare la democraticità dei processi decisionali: tra queste ci siamo anche noi che lavoriamo ogni giorno per garantire un sistema alimentare più sostenibile per le persone e per il pianeta.

In che modo portate avanti le vostre richieste rivolte ai decisori pubblici?

Come ho accennato prima, la nostra esperienza di lobbying riguarda soprattutto il livello europeo, una dimensione nella quale sono presenti tutta una serie di meccanismi che, per quanto non perfetti, mirano a garantire  una condizione di maggiore trasparenza.

Tra questi, ad esempio, esistono gruppi consultivi tematici creati dalla Commissione europea, ai quali si accede tramite bandi pubblici. Per essere selezionati abbiamo quindi fatto domanda e dimostrato di avere i requisiti necessari per poter apportare un contributo ai temi trattati. L’agenda e i report degli incontri di questi gruppi, inclusi i nomi delle organizzazioni partecipanti, sono accessibili a tutti online.

Abbiamo poi partecipato a consultazioni pubbliche, che sono per altro online e aperte a tutti i cittadini. Anche questo è uno strumento che dovrebbe essere incoraggiato perché garantisce una più ampia partecipazione democratica ai processi decisionali.

Qual è il risultato più importante che avete ottenuto con il vostro “lobbismo buono”?

Di base, mostrare che c’è una società civile attenta che osserva i processi, che può portare contributi costruttivi e che non farà passare sotto silenzio qualsiasi cosa, rappresenta già un risultato importante, in quanto influenza l’attività quotidiana delle istituzioni.

Per quanto riguarda invece campagne specifiche ve ne cito una che sta avendo successo proprio in questo momento. L’ICE  (Iniziativa dei cittadini europei) è un sistema normato di raccolta firme per petizioni europee. Tra quelle al momento attive ce n’è una, “End the Cage Age”, che mira a porre fine all’uso di gabbie negli allevamenti europei e che sta avendo molto successo: noi siamo tra i sostenitori.

Un altro risultato importante è stato portare nel dibattito politico la possibilità di creare una politica alimentare comune a livello europeo  con una visione olistica che vada oltre le politiche meramente agricole e che permetta di costruire sistemi alimentari sostenibili dal punto di vista  ambientale, economico e sociale. Un’idea che sta entrando nel dibattito politico e della quale finalmente non è più solo Slow Food a parlare. 

Pensi che la classe politica, nei temi di vostro interesse, tenda a favorire i lobbisti di aziende private o grandi poteri economici? E, se sì, in che modo si potrebbe democratizzare il lobbying dando spazio a tutte le voci del tuo settore?

Io credo che, al di là dei possibili favoritismi, alla base ci sia un problema di diversa distribuzione delle risorse tra i lobbisti: avere una o 15 persone basate a Bruxelles fa la differenza. Per questa ragione è importante che esistano degli strumenti a sostegno delle ONG in modo da garantire la pluralità di voci che si interfacciano con i decisori pubblici oltre allaa loro presenza nei palazzi delle istituzioni. A livello europeo, per esempio, esistono fondi assegnati con bandi pubblici a supporto delle organizzazioni che possono dimostrare di offrire un valore aggiunto al dibattito europeo su delle politiche specifiche. 

Per quanto riguarda invece il concetto di “democratizzazione del lobbying”, per portare esempi concreti, chiediamo spesso che nei gruppi consultivi europei non vi siano sbilanciamenti nell’assegnazione dei seggi  tra i portatori di interessi diversi, in particolare tra i portatori di interessi economici e non. L’effetto ad oggi è quello di creare gruppi non equilibrati in termini di voci rappresentate. 

O ancora il fatto che alcuni gruppi di lavoro in Europa permettano di parlare solo inglese, impedisce a chi non conosce la lingua di poter partecipare. Aumentare il numero di lingue utilizzabili renderebbe di certo questi gruppi più aperti e rappresentativi. Ovviamente i processi partecipativi hanno dei costi – in termini di tempo e risorse economiche – ma valgono la pena, se si vuole garantire una maggiore democraticità dei processi decisionali.

Con la nostra campagna sul lobbying stiamo chiedendo che questa pratica venga regolamentata anche in Italia: pensi sia importante che il parlamento approvi una riforma in questo senso?

Ogni iniziativa volta a regolamentare il lobbying con l’obiettivo di portare una maggiore trasparenza non può che essere la benvenuta. Tra l’altro le esperienze alle quali ispirarsi sono numerose e dunque non c’è davvero nulla da inventare, al massimo si può migliorare.

Che cosa dovrebbe prevedere questa regolamentazione?

Innanzitutto un registro della trasparenza che sia obbligatorio per tutte quelle organizzazioni che vogliono realizzare un’attività di lobbying, così come succede nella UE. Di base questo strumento dovrebbe essere propedeutico alla partecipazione alle attività legate al lobbismo, come accade per esempio per la partecipazione ai gruppi consultivi della Commissione europea. Inoltre dovrebbe prevedere un codice di condotta da rispettare.

I gruppi consultivi dovrebbero prevedere meccanismi di accesso che garantiscano un’equa partecipazione, oltre alla pubblicazione degli appunti e dei nomi delle organizzazioni coinvolte.

L’Italia dovrebbe poi cercare  di rendere una consuetudine la pubblicazione di piani di lavoro e  consultazioni pubbliche, ogni qual volta ci sia l’intenzione di prendere decisioni su tematiche particolarmente rilevanti. 

La trasparenza rispetto agli incontri bilaterali è un altro elemento. Ad esempio a livello europeo  è prevista la pubblicazione sul registro della trasparenza degli incontri con i rappresentanti di alto livello delle istituzioni UE. Questo potrebbe essere un punto di partenza.

Infine penso all’allocazione di risorse per favorire la partecipazione delle organizzazioni che  non hanno una sede a Roma, evitando così che solo chi ha sede lì possa portare la propria voce e le proprie battaglie nei palazzi delle istituzioni.

 

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