13 Novembre 2020

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Nessuno (o quasi) si fida delle lobby…ecco perché

Nel nostro Paese le lobby vengono accusate di ogni male e la mancanza di trasparenza, che rende i processi decisionali incomprensibili alla maggioranza dei cittadini, rafforza questo pensiero. La terza puntata di “Come cambia il lobbismo? Un viaggio nella rappresentanza degli interessi, tra vecchi riti e nuove prospettive di partecipazione”

di The Good Lobby

Quali sono le ragioni della sfiducia nelle lobby in Italia? E cosa si può fare per rendere le decisioni pubbliche più trasparenti e partecipate?

Ne abbiamo discusso, trattando i diversi aspetti del lobbying e della trasparenza dei processi decisionali, nell’intervista a puntate “Come cambia il lobbismo? Un viaggio nella rappresentanza degli interessi, tra vecchi riti e nuove prospettive di partecipazione” rilasciata in esclusiva sul nostro blog da quattro esperti del mondo accademico internazionale: Michele Crepaz dell’Università di Galway, Fabrizio De Francesco dell’Università di Glasgow, Raj Chari del Trinity College di Dublino e Philipp Trein dell’Università di Ginevra.

Ecco cosa ci hanno risposto.


Le lobby in Italia, davvero tutte brutte e cattive?

Questo non è un caso solo italiano. il lobbying ha una cattiva reputazione ovunque in Europa. L’opinione pubblica spesso associa le attività di lobbying alla corruzione e alla concussione, mentre i media tendono a dipingere i lobbisti solamente come portatori di interessi particolari che remano contro gli interessi generali. Anche nel nostro lavoro di ricerca, che spesso prevede l’indagine su diverse organizzazioni e gruppi di interesse, siamo talvolta costretti a usare termini come “patrocinio politico”, “rappresentanza di interessi” o “affari di governo” invece di “lobbying”, per evitare di provocare una reazione forte da parte degli intervistati. La verità è che questi termini sono intercambiabili in quanto definiscono tutti un’azione che ha lo scopo di influenzare i decisori politici attraverso mezzi diretti o indiretti con l’obiettivo di vedere determinati interessi riflessi nei risultati delle politiche. 

Le origini di questo scetticismo nei confronti del lobbying sono storiche, da ricercare nella tradizione del lobbying americano. Ma le cose oggi sono molto diverse. Bruxelles, ad esempio, ospita la seconda industria del lobbying al mondo. Si tratta di un settore altamente professionalizzato che accoglie più di 12.000 organizzazioni, 3.900 delle quali hanno sedi stabili a Bruxelles. Un quarto di questi residenti a Bruxelles sono organizzazioni non governative che si impegnano regolarmente in campagne di lobbying, il che significa che l’immagine dei lobbisti come faccendieri politici al servizio degli interessi aziendali è generalmente fuorviante. Ciò, tuttavia, non significa che non esistano disparità nella rappresentanza degli interessi. Tutti gli studi accademici esistenti mostrano che queste disparità si manifestano regolarmente, quando i gruppi di interesse si mobilitano, nell’accesso alle istituzioni politiche e nella loro influenza sui risultati delle politiche. Queste disfunzioni del sistema contribuiscono all’immagine negativa che le persone hanno ancora oggi del lobbying. 

La seconda ragione riguarda il lobbying e la corruzione. Poiché il denaro, le relazioni personali e le informazioni sono i modi comuni per influenzare i responsabili politici, è evidente che l’attività di lobbying è associata a rischi di corruzione, conflitto di interessi e traffico di influenze. Gli scandali relativi al lobbying fanno regolarmente la loro comparsa nei notiziari. In relazione alla recente storia europea possiamo citare lo scandalo del “cash-for-access” al Parlamento europeo o lo scandalo del “cash-for-question” nel Regno Unito. In Italia si possono citare almeno quattro casi (scandali P3 e P4, scandalo progetto Mose e Mafia capitale) in cui i faccendieri sono stati associati ai lobbisti di professione. Inoltre, il caso Guidi – scoppiato nel 2016 – ha messo in luce il quadro normativo incompleto dell’Italia per affrontare il conflitto di interessi e il traffico di influenze (ovvero l’assenza di regolamentazione sul lobbismo). Questi scandali hanno influito sull’alta percezione che l’opinione pubblica ha della corruzione nell’attività di lobbying. Secondo Transparency International, i livelli di corruzione percepita in Italia sono infatti molto più elevati che in altri paesi dell’Europa occidentale. Gli standard etici si stanno tuttavia facendo strada tra i requisiti di ingresso professionale del moderno settore del lobbying. È necessario che i governi tengano il passo con lo sviluppo di un solido quadro normativo che sostenga un lobbying etico e pulito, riducendo al contempo il rischio di distorsioni nella rappresentanza degli interessi e nei risultati delle politiche.

Gli strumenti per garantire trasparenza e partecipazione

È disponibile un’ampia gamma di strumenti utili a garantire la trasparenza nei processi decisionali. L’obiettivo di questi strumenti è monitorare, attraverso la pubblicazione delle informazioni, la correttezza del comportamento dei dipendenti pubblici o dei politici. I cittadini potrebbero quindi osservare e giudicare le loro azioni in relazione alle loro responsabilità. Per funzionare, infatti, la maggior parte di questi strumenti di trasparenza richiede che i cittadini – che hanno il diritto di conoscere cosa sta succedendo nel processo di elaborazione delle politiche – li utilizzino. 

Nella teoria delle scienze politiche questi strumenti sono chiamati “allarmi antincendio” e consentono ai cittadini di osservare e segnalare al sistema politico più ampio qualsiasi illecito commesso da funzionari e rappresentanti eletti. È importante notare che ogni strumento ha uno scopo specifico, rivolto a diverse categorie di attori. Ad esempio, con il registro della trasparenza, la regolamentazione del lobbying accende i riflettori sul rapporto tra decisori e lobbisti. Questo requisito genera dati che possono essere trasformati in informazioni utili agli stessi lobbisti, ai giornalisti e al pubblico in generale. Di conseguenza, il suo scopo è aumentare la trasparenza su una relazione specifica (tra i responsabili delle decisioni da un lato e i lobbisti e i gruppi di interesse dall’altro).

I registri hanno il potenziale per consentire a chi usufruisce delle informazioni (concedendo l’uso effettivo delle informazioni nel registro) di rispondere e agire. Ad esempio, mostrando che un lobbista o un gruppo di interesse ha contattato un legislatore su una questione specifica, i registri consentirebbero a un altro lobbista, o a un gruppo con un interesse diverso, di rappresentare chi invece non ha fatto pressioni, di reagire raggiungendo lo stesso legislatore per esporre prospettive diverse sull’impatto che la decisione potrebbe avere. In alternativa, i registri di lobbying sono anche strumenti per comprendere l’impatto di un potente gruppo di interessi sulla qualità delle politiche. 

Altri strumenti richiedono che i dipendenti pubblici e i funzionari eletti divulghino informazioni non necessariamente correlate alla relazione specifica che hanno con gli attori sociali. Si pensi al Freedom Information Act. Di nuovo, anche in questo caso, l’obbligo di divulgazione delle informazioni consente ai giornalisti e al pubblico in generale di ottenere dati o informazioni che potrebbero innescare una reazione a un illecito politico e amministrativo. Un altro strumento comune sono i registri delle donazioni ai partiti politici. Tuttavia, qui l’attenzione si concentra sul denaro in politica. Questi registri consentono di vedere quali interessi sociali ed economici finanziano i partiti. La possibilità di incrociare queste informazioni con le richieste FOIA e le informazioni divulgate sui registri di lobbying rappresenta un punto di partenza per gli organi di controllo della trasparenza, come i media e le ONG. 

Esistono anche strumenti volti a perseguire al tempo stesso la trasparenza e la partecipazione del pubblico al processo decisionale. Prendiamo l’obbligo di preavviso e commento sulla formazione del diritto derivato. Questo requisito non solo aumenta la trasparenza in quanto le proposte legislative devono essere notificate e pubblicate prima della loro approvazione, ma ha anche il potenziale per aumentare la partecipazione in quanto il legislatore è tenuto a richiedere un commento da chiunque abbia un interesse su una proposta e rispondere fornendo un feedback. Ovviamente questo strumento, come gli altri che citiamo, non garantisce che tutti i gruppi di interesse parteciperanno a commentare una proposta normativa. 

In effetti, per raggiungere questo obiettivo di parità di condizioni tra le parti interessate, un governo dovrebbe mettere in atto altri meccanismi, come sistemi di fondi pubblici per gruppi di interesse diffusi che hanno meno risorse e finanze rispetto a gruppi di interesse particolari. Né garantisce che il legislatore terrà in considerazione i commenti nell’approvazione finale della legge (ma la partecipazione non ha eguale influenza). Tuttavia, il suo scopo è più legato alla partecipazione rispetto ai precedenti strumenti di cui abbiamo parlato sopra. 

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