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4 Novembre 2019

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Stop al contante: gli esempi internazionali e i ritardi italiani

Per combattere corruzione, sprechi e costi inutili molti paesi e città hanno ideato strumenti per i pagamenti digitali. E anche l’Italia prima o poi cederà.

di Chiara Caprio

Articolo apparso il 27 febbraio 2017 su Riparte il futuro

Il sogno di una società senza banconote non è ancora infranto. Nonostante le decisioni contro tendenza del governo Renzi, che ha innalzato il tetto per le transazioni in contante da 1000 a 3000 euro, anche in Italia c’è chi continua a spingere per l’abbandono delle banconote. Ci sono politici che hanno avanzato proposte concrete poiché, come mostrano studi e pareri autorevoli, l’uso del contante sia negativo per l’economia e favorisca il sommerso.

Ma se in Italia la situazione è ancora in fase di stallo e le transazioni digitali sono una percentuale molto bassa del totale, quello che sta accadendo attorno a noi renderà il passaggio a una economia senza contanti molto più rapido ed efficace.

I paesi nordici

L’esempio più famoso è quello dei paesi nordici (Svezia e Danimarca in testa) che molto probabilmente elimineranno del tutto il denaro contante entro il 2030. Per ora, consumatori, esercenti e imprese si sono trovati d’accordo su questa transizione, e in Danimarca il governo potrebbe addirittura supportarla offrendo consulenza e sostegno legale ai negozi che rifiutano pagamenti in contante. Una delle motivazioni principali è la sicurezza, come spiega Credit Suisse: portare contanti con sé è un rischio per la persona, che potrebbe incorrere in furti e frodi, e una complicazione per i commercianti, che devono investire tempo (e denaro) proprio nella gestione della cassa. Per fare un esempio a proposito dei costi, secondo uno studio di Bhaskar Chakravoti e Benjamin Mazotta della Tufts UniversityMassachusetts il costo combinato della gestione del contante per consumatori, imprese e governo negli Stati Uniti raggiunge i 200 miliardi di dollari ogni anno.

Il caso indiano

Ci sono quindi molti fattori che non vengono tenuti in considerazione, quando si parla di contante. Da un lato infatti, i costi commerciali sono molto alti per tutti gli attori in gioco, dall’altro i pagamenti digitali potrebbero dare un grosso aiuto alla lotta alla corruzione, in favore di tracciabilità e trasparenza. Sono proprio queste le motivazioni che hanno spinto il primo ministro indiano, Narendra Modi, ad annunciare a novembre 2016 il taglio delle banconote da 500 e 1000 rupie. L’idea di fondo, che ha creato non poco scompiglio, è quella di adottare tutte le misure necessarie per incentivare i pagamenti elettronici e impedire il proliferare di corruzione ed economia sommersa, tra le piaghe principali per l’India e il suo sistema economico. La decisione ha scatenato molte critiche, anche perché le aree rurali e periferiche indiane si basano invece proprio sui pagamenti in contante. Spesso si tratta di zone dove la popolazione ha un reddito inferiore a quello cittadino, quindi la polemica è sfociata in ambito sociale: e se tagliare il contante provocasse danni peggiori proprio alle fasce di popolazione più debole? In realtà c’è un modo per ovviare il problema, ed è quello di analizzare l’area in cui si vuole togliere il contante e capire in che modo progettare la transizione in fase graduali e meno traumatiche.
Sempre in India molti governi locali – che compongono il sistema federale indiano – hanno adottato un’altra strategia: incoraggiare la creazione di “smart cities”, luoghi dove i servizi pubblici sono connessi tra di loro e i pagamenti possono avvenire tutti attraverso le tecnologie online. Uno degli esempi principali è Chandigarh, città del Nord dell’India progettata da Le Corbusier: qui i funzionari locali stanno cercando di rendere digitali tutti i pagamenti di bollette e servizi comunali. Anche nello stato di Goa i funzionari locali stanno ideando strategie per incentivare i pagamenti digitali, come trasformare la capitale Panjim cash-free offrendo sconti per chi acquista i biglietti del treno o altri servizi locali online o con carte e telefono, mentre i piccoli commercianti possono partecipare a veri e propri corsi per la gestione delle transazioni digitali.

L’esperimento bergamasco

A dire il vero, un’esperimento di questo genere è stato fatto anche in Italia, nella città di Bergamo. Nel 2015 infatti una coalizione composta da CartaSi, Visa, Mastercard, UbiBanca, Banca Popolare di Bergamo e Banco Popolare ha lanciato un progetto su scala locale per incentivare i pagamenti digitali. Il progetto, ideato con il Comune, prevedeva due fasi: una di test che ha coinvolto una decina di cittadini e una rivolta a tutta la popolazione che ha potuto pagare solo con carte e bancomat nei negozi aderenti. L’idea era basata su un incentivo-premio: chi voleva partecipare poteva iscriversi sul sito cashlesscity.it o sulla app e ricevere così sconti e premi in proporzione rispetto agli acquisti elettronici effettuati. La motivazione principale dietro questo esperimento era chiara: il contrasto al nero e all’evasione, con l’idea di arrivare a una realtà in cui anche pagare un caffè con il Pos diventi la norma.

Gli esempi africani

Anche a Bergamo ci sono state molte polemiche dovute alla sicurezza e all’esclusione sociale (se non ho un conto in banca, come posso usare i pagamenti digitali?) ma alcuni esempi internazionali mostrano che anche queste problematiche sono superabili. In Kenya esiste ad esempio M-Pesa, un progetto che permette a tutti di effettuare pagamenti tramite SMS senza bisogno di un conto in banca, e in Zimbabwe c’è EcoCash, un sistema simile che ha raggiunto i sei milioni di utenti.

L’avanguardia di Singapore

Per non parlare dell’Asia. Qui a farla da padrone è Singapore, che punta a diventare la Svezia asiatica. Il core business del paese è infatti il mercato tecnologico e la creazione di una nuova Silicon Valley, ma fornire transazioni digitali è un presupposto inevitabile per la crescita di questo progetto ambizioso. Secondo un report di Citigroup, Singapore, insieme a Finlandia, Stati Uniti, Svezia e Gran Bretagna rientra nelle economie più propense ai pagamenti digitali, grazie a un uso massiccio di pagamenti tramite cellulari e servizi bancari online.

Insomma, costi, corruzione, mancata tracciabilità delle transazioni e quindi il rischio che l’economia sommersa rimanga tale sono un problema sentito ovunque e si cerca di correre ai ripari. A livello mondiale, le transazioni digitali stanno crescendo del 7,7% annuo, secondo il “World Payments Report 2014” di Cap Gemini. PayPal è il servizio che cresce di più, con un aumento annuo degli utenti dell’11%. Negli Stati Uniti invece Apple Pay ha allargato il numero delle transazioni che si possono fare semplicemente con il cellulare, ma non è ancora disponibile in Italia, dove però sono stati lanciati esperimenti come Vodafone Pay e Tim Wallet.

Il nostro paese infatti rimane saldamente in testa nella classifica dei meno attrezzati da questo punto di vista, ma l’accerchiamento continua: non sono lontani i tempi in cui con un semplice smartphone potremmo pagare anche il caffè al bar.

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