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10 Dicembre 2025

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Legge sul lobbying: un passo avanti e due indietro

Perché l'esclusione delle organizzazioni datoriali e delle parti sociali dalla legge sulla rappresentanza di interessi rischia di cristallizzare l'opacità, anziché superarla

di Marco Marino

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    11 giorni fa

Con l’approvazione degli emendamenti Boschi e Urzì alla proposta di legge sulla rappresentanza di interessi (AC 2336), che escludono le organizzazioni datoriali e le parti sociali dal perimetro degli obblighi informativi che la riforma intende introdurre, l’Italia si trova davanti a un bivio cruciale. La riforma, che avrebbe potuto segnare un punto di svolta nella trasparenza delle attività di lobbying, rischia invece di produrre un effetto opposto: rendere visibile ciò che già oggi è marginalmente osservabile e lasciare opaco ciò che più incide sulle scelte pubbliche.

L’opacità istituzionalizzata: chi resta fuori dagli obblighi

La trasparenza, in teoria, dovrebbe funzionare come una luce diffusa. Qui rischia invece di diventare un fascio direzionale: illumina alcuni attori e ne lascia altri nella penombra. Le modifiche approvate infatti permetteranno ad alcune delle lobby più potenti del Paese di continuare a dialogare con Governo e Parlamento senza l’obbligo di rendicontare incontri, risorse investite, posizioni negoziate o priorità normative. La discontinuità non sta solo nell’esclusione in sé, ma nelle sue implicazioni sistemiche.

Le grandi confederazioni imprenditoriali, quelle che siedono ai tavoli più importanti su fisco, contrattazione, incentivi industriali, politiche energetiche, concorrenza e standard europei, continueranno a esercitare influenza senza un obbligo informativo pieno. Intorno a esse si muove un ecosistema esteso, strutturato e altamente specializzato composto da associazioni settoriali che operano in comparti strategici dell’economia nazionale: energia e utility, chimica e farmaceutica, costruzioni e infrastrutture, telecomunicazioni e digitale, trasporti e logistica, finanza e assicurazioni. Questi soggetti hanno un impatto diretto sulla vita quotidiana delle persone: incidono sulle tariffe energetiche e telefoniche, sui prezzi dei medicinali, sugli appalti pubblici, sulla regolazione delle piattaforme online, sulle condizioni dei trasporti, sulla distribuzione dei prodotti alimentari, sulla disponibilità di servizi turistici e sanitari.

Esempi di settori strategici esclusi

Il quadro diventa ancora più evidente quando si entra nel dettaglio dei settori. Nel comparto energia, ad esempio, realtà come Elettricità Futura, Federenergia, Assopetroli-Assoenergia, Proxigas e UNEM partecipano da anni alla definizione delle strategie energetiche nazionali e alle discussioni su fossili, rinnovabili, accise e infrastrutture. 

Nella sanità Farmindustria, Confindustria Dispositivi Medici, AIOP e ACOP sono interlocutori centrali per prezzi, tetti di rimborso, accesso ai farmaci e governance del privato accreditato.
Nel digitale un ruolo strategico è svolto da ASSTEL, ANITEC-ASSINFORM e Assintel che influenzano le scelte su banda larga, IA, cybersicurezza e infrastrutture digitali. 

Lo stesso vale per agroalimentare e agricoltura (con Coldiretti, Confagricoltura, CIA, Federalimentare, Unione Italiana Food, Federunacoma) capaci di orientare scelte su etichettatura, mercati, filiere, export e PAC.
E si potrebbe continuare con gaming, balneari, trasporti, albergatori, tabaccai, ognuno con i propri tavoli, le proprie priorità, i propri dossier.

Si tratta di settori che muovono miliardi e che condizionano la vita quotidiana del Paese. Settori che, salvo modifiche future, resteranno meno leggibili di molti attori con potere infinitamente inferiore.

Il punto politico: l’asimmetria del controllo pubblico

Qui si apre il punto politico: non sapremo neppure dopo la legge quanto queste lobby investono in rappresentanza, quante interlocuzioni intrattengono, quali dossier presidiano con più forza o quali obiettivi negoziali perseguono. Una norma nata per aprire il sistema rischia di lasciare chiusa proprio la porta principale.

È in questo quadro che la Coalizione #Lobbying4Change guidata da The Good Lobby, insieme a FERPI e UNA, ha scelto di intervenire pubblicamente. Le tre realtà hanno sollevato un punto essenziale: una trasparenza parziale non è vera trasparenza. Se il principio vale solo per alcuni, smette di essere un principio e diventa un privilegio.

A questo punto la domanda non può che essere diretta: ha davvero senso approvare una legge sulla trasparenza delle lobby che lascia fuori proprio i soggetti più potenti?

Legge o non legge, questo è il dilemma

Chi sostiene la riforma dirà che un passo avanti, anche imperfetto, è pur sempre un passo avanti. Eppure, esiste una prospettiva opposta, ma necessaria: una cattiva legge sulla trasparenza può produrre più opacità di quanta ne rimuova. Se la norma istituzionalizza un regime duale, nel quale chi ha maggior potere negoziale è meno tracciato di chi ne ha meno, la trasparenza diventa un contenitore vuoto. Una forma senza sostanza. Un esercizio simbolico che crea l’illusione del controllo pubblico senza offrirlo davvero.

Noi crediamo nella regolamentazione della rappresentanza di interessi, l’abbiamo sempre sostenuto. Ma se il prezzo per ottenerla è accettare che la trasparenza valga solo per alcuni, e non per coloro che incidono maggiormente sulle decisioni pubbliche, allora la domanda diventa inevitabile: una legge che legittima l’asimmetria è meglio di niente?

Non è una posizione nichilista, né anti-riformista. È un dubbio lecito da formulare in una fase come questa, in cui ci troviamo di fronte all’opportunità di ottenere una legge sul lobbying dopo oltre 50 anni di vuoto normativo e oltre 100 tentativi falliti.
È quindi meglio nessuna legge che una legge che cristallizza l’opacità anziché superarla. Perché la trasparenza non è un vezzo istituzionale, è un principio democratico. E un principio, o vale per tutti, o non vale più.

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