3 Novembre 2020

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Chi influenza le decisioni in Italia e in Europa?

Il numero dei lobbisti cresce in Italia e a Bruxelles e il lobbying è sempre più scelto come strumento di partecipazione anche dalla società civile. La prima puntata di “Come cambia il lobbismo? Un viaggio nella rappresentanza degli interessi, tra vecchi riti e nuove prospettive di partecipazione”

di The Good Lobby

In Italia abbiamo registrato per diversi anni consecutivi un forte aumento del giro d’affari delle società di lobbying. Anche a Bruxelles, i numeri parlano di una crescita significativa del numero di lobbisti. Cosa ha portato a uno sviluppo così marcato del settore?

Ne abbiamo discusso, trattando i diversi aspetti del lobbying e della trasparenza dei processi decisionali, nell’intervista a puntate “Come cambia il lobbismo? Un viaggio nella rappresentanza degli interessi, tra vecchi riti e nuove prospettive di partecipazione” rilasciata in esclusiva sul nostro blog da quattro esperti del mondo accademico internazionale:  Michele Crepaz dell’Università di Galway, Fabrizio De Francesco dell’Università di Glasgow, Raj Chari del Trinity College di Dublino e Philipp Trein dell’Università di Ginevra.

Ecco cosa ci hanno risposto.


Da una prospettiva funzionalista, l’espansione del settore del lobbismo a Bruxelles è essenzialmente dovuta all’incremento dell’apparato normativo europeo. La creazione del mercato unico per molti settori produttivi richiede un’ampia produzione di leggi per ottenere un’armonizzazione normativa che consenta alle imprese di produrre e commerciare in tutti gli Stati membri. Inoltre, molte delle questioni politiche contemporanee, si pensi al cambiamento climatico e al Covid-19, sono di natura transnazionale e richiedono un intervento che vada oltre i confini dei singoli Stati. Pertanto, un lobbista professionista che opera a livello nazionale molto presto si renderà conto che influenzare il decisore politico nazionale non è sufficiente per curare gli interessi dei suoi clienti poiché la maggior parte della politica è formulata e adottata a Bruxelles.

Quindi, per fare lobbying in maniera efficace è necessario avere accesso e influenzare il processo decisionale dell’UE. Non a caso, la rilevanza del mercato unico e le politiche comunitarie influenzano le nuove “start-up” di lobbismo a scegliere Bruxelles come sede.

Per quanto riguarda l’Italia, non è chiaro da cosa dipenda l’aumento dei ricavi delle società di lobbying. Una prima spiegazione, abbastanza diffusa, è la fine o l’indebolimento della partitocrazia dopo la Prima Repubblica. Con la diminuzione della capacità dei partiti italiani di assorbire gli interessi sociali ed economici all’interno della loro struttura, i gruppi di interesse hanno dovuto sviluppare un percorso più indipendente per influire sul processo decisionale. In secondo luogo, la fine della breve finestra neo-corporativa degli anni ’90 ha incoraggiato negli ultimi tempi la diffusione di un lobbismo parlamentare più autonomo.

Infine, una spiegazione più attuale può essere collegata all’aumento della professionalizzazione dei lobbisti. La professione del lobbista è sempre più riconosciuta, gli onorari relativi ai servizi di gestione degli affari pubblici, al fine di rappresentare le istanze legittime di un gruppo di interesse, vengono corrisposti quindi ai lobbisti piuttosto che ad altri professionisti quali avvocati e consulenti. Anche le aziende, come Enel, Intesa San Paolo, ecc., hanno considerato il vantaggio di assumere internamente dei lobbisti e di sviluppare un’unità per gli affari di governo, piuttosto che pagare consulenti esterni. Potrebbe trattarsi di una tendenza generale in Europa.

È importante sottolineare che la professionalizzazione è un aspetto fondamentale per il riconoscimento del lobbismo come attività legittima di rappresentanza degli interessi. Anche le Università e le ONG possono svolgere un ruolo prezioso nel formare una nuova generazione di lobbisti professionisti che seguano standard di condotta adeguati. Ad esempio, in Italia è in crescita il numero dei corsi di laurea magistrale in politiche pubbliche, e in alcune Università questi programmi stanno imboccando deliberatamente la strada degli studi di affari pubblici, il che sicuramente va nella direzione  della professionalizzazione del settore. Organizzazioni come The Good Lobby rendono un servizio simile alla democrazia, ma dalla prospettiva della società civile.

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