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5 Maggio 2022

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L’antidoto al #greenwashing è rendere il lobbying più trasparente e responsabile

C'è una spinta sempre più forte in tutto il mondo a rendere le aziende direttamente responsabili dell’impatto che hanno sul pianeta, sui lavoratori e sulle comunità. Eppure la loro '"impronta democratica" viene raramente discussa. Con questo termine intendiamo l’insieme di attività che comprendono il lobbying aziendale, i finanziamenti alla politica e altre forme di influenza operata dalle imprese, volte a plasmare - e  purtroppo spesso anche a minare - politiche pubbliche destinate a migliorare la società.

di Alberto Alemanno

Oggigiorno, il lobbying e altre forme di influenza sui processi decisionali rimangono invisibili sia agli investitori sia al pubblico, sebbene queste attività di natura politica siano quelle con il maggiore impatto, positivo o negativo, sull’ambiente e la società.  Può succedere quindi che un’azienda che si dichiara leader nel contrastare il cambiamento climatico, impegnandosi a ridurre le sue emissioni di gas serra, faccia contemporaneamente lobbying per bloccare una più rigida regolamentazione delle emissioni. Oppure che cerchi di vendersi pubblicamente come sostenibile, mentre in realtà i suoi investimenti e i suoi affari non vanno davvero in quella direzione.

Un esempio in Italia è quello di Eni, l’azienda più inquinante d’Italia e tra i 30 principali emettitori di CO2 del pianeta, che ha attivato una gigantesca campagna di greenwashing: ha investito in pubblicità che la dipingono come un’azienda verde, mentre in realtà è ancora tra le più inquinanti.  Difatti, nonostante abbia sostituito nello storico logo del cane a sei zampe il fuoco con il più accettabile sole, e abbia sponsorizzato un “green carpet” in erba al posto del tradizionale tappeto rosso davanti al teatro Ariston di Sanremo,  la multinazionale italiana non ha intenzione di ridurre le emissioni di gas climalteranti: lo si legge nel suo Piano strategico 2021-2024, dove mette nero su bianco che intende aumentare l’estrazione di combustibili fossili del 4% e concentrarsi perlopiù sul metano. Tutto questo mentre è urgente diminuire la dipendenza da queste fonti energetiche per la sopravvivenza dell’umanità e della biodiversità. 

Allo stesso modo anche un’azienda farmaceutica può sostenere pubblicamente l’accesso ai farmaci a prezzi accessibili per tutti i pazienti, ma decidere di finanziare un’associazione di categoria che contrasta la riduzione dei prezzi. Un’azienda può sostenere pubblicamente i diritti LGBTQ+, ma allo stesso tempo finanziare un candidato politico che si oppone ai diritti dei gay. Attenzione: tale  disallineamento tra l’attività di lobbying e gli impegni dichiarati da un’azienda non è sempre voluto, ma è spesso frutto della mancanza di supervisione, all’organizzazione a compartimenti stagni o al coinvolgimento di un’associazione di categoria.

Questo fenomeno è uno – se non forse il – principale fattore alla base della mancanza di progresso su numerose questioni critiche, che vanno dall’incapacità di agire sull’emergenza climatica all’evasione fiscale offshore. L’esito è un calo della fiducia dei cittadini nel governo e, in ultima analisi, nelle imprese stesse.

I primi segni di controllo sul lobbying

Nel clima di crescenti aspettative private e pubbliche sulle attività d’impresa stanno emergendo nuove forme di reporting. Alcune sono di natura obbligatoria, come le leggi sul lobbying (ancora assente in Italia), o, in misura maggiore, di natura volontaria, come il reporting non finanziario promosso da agenzie di rating come  Global Reporting Initiative Standard, o ancora Moody’s e S&P  o ancora i benchmark CPA-Zicklin Index sui finanziamenti alla politica.

Eppure la qualità delle informazioni divulgate rimane scarsa e strategicamente selettiva. In ogni caso, nessuno di questi meccanismi assicura la divulgazione di altre forme più sottili di influenza politica delle imprese, come l’appartenenza ad associazioni di categoria o think-tank, le donazioni filantropiche, il finanziamento alla ricerca  accademica, o la creazione a tavolino di movimenti dal basso fittizi, una pratica ingannevole nota come “astroturfing”. 

Neppure le società benefit, che misurano il loro impatto su lavoratori, comunità, ambiente e clienti, valutano l’impatto del loro lavoro di influenza politica sui processi decisionali. Esistono poi iniziative volte a rendere visibili le attività di lobbying praticate dalle aziende, come InfluenceMap (che informa gli investitori), ClimateVoice (che informa i dipendenti) e ProgressiveShopper (che informa i clienti). Anche se indirizzate a sensibilizzare pubblici diversi, tutte queste iniziative puntano sul cosiddetto  “naming and shaming”  al fine di spingere le imprese a divenire non soltanto più trasparenti circa le loro attività di lobbying ma anche ad allinearle ai loro propositi in tema di ambiente, società e governance (ESG). Tuttavia, questo approccio non è sufficiente ad assicurare una piena trasparenza e responsabilizzazione riguardo all’esercizio della loro influenza politica.

Per esempio,  se dopo l’attacco del 6 gennaio 2021 al Campidoglio degli Stati Uniti, quasi 200 aziende hanno sospeso pubblicamente le donazioni ai parlamentari che non hanno riconosciuto l’esito  delle elezioni presidenziali, ben 717 aziende, però, hanno mantenuto le donazioni ai medesimi politici.

Ne consegue che ad oggi non esiste un meccanismo capace di rivelare agli investitori, ai governi, ai media e ai cittadini se, dove, quanto e per quale causa un’azienda ha esercitato la sua influenza. Eppure non soltanto i gruppi ambientalisti ma anche i grandi investitori – per i quali l’esercizio dell’attività politica aziendale è fonte di rischio – si  aspettano sempre più che le aziende allineino il loro comportamento politico alla loro missione e ai valori a cui dichiarano di credere.

Ma come tradurre in concreto questa domanda di maggiore trasparenza e responsabilità rispetto al lobbying aziendale? Qui di seguito tre proposte. 

  1. Il lobbying come pratica commerciale sostenibile

È giunto il momento di considerare le attività politiche delle aziende come un aspetto fondamentale della sostenibilità aziendale e dunque integrarle nella “G” di governance, in aggiunta ai criteri ambientali (E) e sociali (che insieme formano l’ESG cioè un criterio di misurazione della performance non finanziaria d’impresa). Il postulato su cui riposa tale proposta è che se la sostenibilità implica che gli interessi dei diversi stakeholder dell’azienda siano debitamente presi in considerazione, compresi gli interessi delle generazioni future, ecco allora che anche l’esercizio delle attività di influenza politica aziendale deve avvenire entro questi confini.

Pertanto, se un’azienda pretende di continuare a partecipare al processo politico, è tenuta a diventare più trasparente e responsabile nell’esercizio della sua attività di lobbying e di influenza politica. Questo è ciò che un piccolo ma crescente numero di investitori, azionisti, dipendenti e clienti si aspettano dalle aziende in cui investono, per cui lavorano e da cui comprano.

  1. Piena divulgazione attraverso la “due diligence politica”

Trasformare il lobbying e altre forme di influenza politica aziendale in una pratica sostenibile significa introdurre  l’obbligo di intraprendere una forma di  “due diligence politica“, affiancandola a quelle che già si possono praticare per i diritti umani o le questioni ambientali. Le aziende dovrebbero essere tenute a rivelare tutte le loro attività politiche – dagli importi spesi nell’attività di influenza diretta sui decisori pubblici a quelle più indirette come le sponsorizzazioni – e di conseguenza  accettare di essere ritenute responsabili per tale influenza, così come lo sono per l’impatto ambientale e sociale delle loro catene di fornitura. 

La trasparenza e divulgazione di queste attività dovrebbe essere più esaustiva  non solo in termini di tipologia di attività di lobbying svolta ma anche relativamente ai temi su cui esse vertono, prevedendo la pubblicazione delle posizioni e delle richieste avanzate dalle aziende ai decisori.

  1. Supervisione del lobbying aziendale

Il consiglio di amministrazione di un’azienda dovrebbe supervisionarne anche le attività politiche, approvandone l’attività di lobbying e le altre pratiche di influenza politica aziendale che intende esercitare. Una maggiore, più rapida e monitorata divulgazione delle pratiche di lobbying aziendali dovrebbe ridurre il rischio di disallineamento fra le dichiarazioni di intenti e il comportamento reale, così come ridurre i rischi reputazionali.

Infine, essere più accountable nell’esercizio della propria influenza politica può portare diverse aziende a rivalutare il proprio impegno in questo senso, riducendolo o addirittura abbandonando alcune pratiche, per allinearsi agli impegni ambientali e sociali dichiarati. Di conseguenza, alcune aziende potrebbero scegliere di limitare, o evitare di impegnarsi in attività di influenza, compreso il finanziamento alla politica, come ha fatto IBM (che si è autoimposta un divieto); mentre altre potrebbero sforzarsi di compensare il loro lobbying negativo attraverso l’impegno a promuovere  la “buona cittadinanza”, ad esempio esortando i propri impiegati ad andare a votare e sostenere organizzazioni della società civile che normalmente non influenzano i processi decisionali. The Good Lobby, l’organizzazione che ho fondato al fine di democratizzare e responsabilizzare l’esercizio del lobbying quale pratica legittima nelle nostre democrazie, promuove l’idea di versare l’1% delle spese del lobbying politico aziendale a organizzazioni della società civile prive di risorse per accedere ai decisori (“1% for democracy”).  Queste iniziative sono volte a compensare l’impatto negativo del lobbying sulla società. Tuttavia, ciò di cui c’è più bisogno è che le aziende usino le loro risorse e capacità per fare lobbying sulle più urgenti e importanti questioni sociali.

E’ lecito prevedere che alla luce della crescente domanda per una piena trasparenza nell’esercizio della loro influenza politica siano le medesime imprese a promuovere l’introduzione di un quadro regolatorio in grado di far risaltare la loro “impronta democratica”.

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