6 Novembre 2019

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Lobbisti buoni: Amnesty International

Intervista a Giulia Groppi, Lobbying and Policy Senior Officer per Amnesty International

di Niccolò Di Tommasi

Non è vero che i lobbisti sono solo uomini grigi che hanno le mani ovunque e fanno accordi sotterranei per privilegiare gli interessi dei potenti. Esistono anche lobbisti buoni che si battono per cause più che giuste. 
Con questo ciclo di interviste ai “lobbisti buoni” sveliamo come il lobbying possa essere uno strumento di partecipazione e democrazia a disposizione di tutti.

Giulia Groppi
 per Amnesty International

Amnesty International nasce nel 1961 in Inghilterra e si definisce come “un movimento di persone determinate a creare un mondo più giusto, in cui ognuno possa godere dei diritti umani sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani”. Dalla sua fondazione a oggi ha contribuito a salvare tre vite al giorno.



Con un background internazionale e quattro anni di esperienza nelle relazioni istituzionali, Giulia Groppi dal 2018 si occupa di lobbying e policy per Amnesty International.

Chi è il lobbista?


Il lobbista è un rappresentante di interessi. È appunto quella persona che si fa carico degli interessi di un’organizzazione presso i decisori pubblici in modo da contribuire a influenzare una decisione. 

Cosa rispondi a chi pensa che il lobbying sia una forma di pressione indebita portata avanti solo da grandi multinazionali e potenti faccendieri?


Mi dispiace che questa sia la connotazione che in Italia ha assunto la parola lobbying, una visione che non rappresenta quello che è il lavoro del lobbista. Io penso che il lobbying sia la più alta forma di democrazia in quanto consiste nella possibilità di poter rappresentare i propri interessi presso il decisore pubblico, il quale poi è ovviamente libero di poterne tenere conto o meno. È semplicemente una forma di pressione, esattamente come quella che viene portata avanti dai sindacati. 
I lobbisti economici di tutto questo rappresentano una componente ma non sono di certo gli unici. 

In che modo portate avanti le vostre richieste rivolte ai decisori pubblici?

Amnesty ha un modo di lavorare personale e di questo il lobbying, possiamo dire, rappresenta l’ultimo miglio del percorso. 
Abbiamo una parte di ricerca, e dunque di raccolta di informazioni; una parte di campagna, con la quale si sensibilizza la popolazione su un tema e se ne raccolgono le istanze; e infine appunto l’ultimo miglio è il lobbying, con il quale vengono portate queste istanze davanti al decisore pubblico.

Qual è il risultato più importante che avete ottenuto con il vostro “lobbismo buono”?

Sicuramente l’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano.
Il nostro Paese infatti era rimasto, fino al 2017, l’unico Stato europeo a non aver recepito correttamente la convenzione ONU sulla tortura, essendo privo di un reato ad hoc all’interno del proprio codice penale. Grazie quindi ad un lavoro parlamentare che abbiamo portato avanti in rete con altre associazioni, questo reato è stato finalmente introdotto. In questo senso, seppure con una definizione non esaustiva rispetto a quanto prescritto dalla Convenzione ONU, il risultato ottenuto costituisce comunque un significativo passo avanti per la società italiana (oltre che un valido risultato di lobby).

Pensi che la classe politica, nei temi di vostro interesse, tenda a favorire i lobbisti di aziende private o grandi poteri economici? E, se sì, in che modo si potrebbe democratizzare il lobbying dando spazio a tutte le voci del tuo settore?

Non credo che organizzazioni come Amnesty vengano discriminate rispetto alle realtà private. Quello che potrebbe accadere è però che realtà più piccole possano incontrare più difficoltà nell’accedere ai decisori pubblici. In questo caso potrebbe essere d’aiuto utilizzare meccanismi di raccordo e di rete tra associazioni che perseguono obiettivi similari, attraverso l’individuazione di un portavoce unico che faccia attività di lobbying in nome dell’obiettivo comune che queste si pongono.
 Alla base in generale non penso ci sia una volontà di escludere qualcuno ma piuttosto una logica di priorità di alcune questioni su altre da parte della classe politica.

Con la nostra campagna sul lobbying stiamo chiedendo che questa pratica venga regolamentata anche in Italia: pensi sia importante che il Parlamento approvi una riforma in questo senso?

Penso che sarebbe un importante strumento di trasparenza ma che potrebbe allo stesso tempo essere facilmente aggirato. Di base non credo sia necessaria una trasparenza totale e non credo nemmeno, come è opinione comune nelle realtà di lobbying, anche con riferimento alle ONG, che gioverebbe al settore. Nel nostro caso c’è soprattutto una questione di riservatezza in un’ottica di sicurezza di chi rappresentiamo, oltre che di salvaguardia del buon esito delle nostre campagne.
Quello che invece potrebbe essere utile sarebbe avere interventi precisi e mirati.

Che cosa dovrebbe prevedere questa regolamentazione?

Se ci fosse un regolamento per le lobby in Italia la cosa che considererei prioritaria sarebbe la possibilità di creare un registro dei professionisti del settore volto a migliorare la professionalità complessiva, la reputazione ed eventualmente anche a evitare la deriva dei cosiddetti “faccendieri”.

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