16 Gennaio 2020

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Lobbisti buoni: Forum droghe

Intervista a Leonardo Fiorentini, membro del direttivo dell'associazione che si batte per la riforma delle politiche sulle droghe

di Niccolò Di Tommasi

Con questo ciclo di interviste ai “lobbisti buoni” sveliamo come il lobbying possa essere uno strumento di partecipazione e democrazia a disposizione di tutti. Non è vero che i lobbisti sono solo uomini grigi che hanno le mani ovunque e fanno accordi sotterranei per privilegiare gli interessi dei potenti. Esistono anche lobbisti buoni che si battono per cause più che giuste. 

Leonardo Fiorentini per Forum Droghe

Forum droghe è stata fondata nel 1995 per la riforma delle politiche sulle droghe a partire da una nuova rappresentazione sociale del fenomeno droga e della figura del consumatore. L’obiettivo è di limitare l’approccio penale sul tema a favore di un approccio di “normalizzazione” dei consumatori, con l’obiettivo di favorirne l’integrazione sociale. Lo strumento principale di iniziativa culturale di Forum droghe è stato prima il giornale mensile Fuoriluogo, specializzato sui temi delle droghe, del carcere, della marginalità, edito autonomamente dall’associazione e diffuso come inserto del quotidiano nazionale Il Manifesto, ed oggi il suo sito web fuoriluogo.it.

Antiproibizionista, ecologista e amico della nonviolenza, di professione webmaster, Leonardo Fiorentini si occupa di politiche sulle droghe sin dalla nascita del sito di Fuoriluogo, di cui è diventato direttore nel 2014. È fra i curatori del Libro Bianco sulle droghe che ogni anno fa il punto sulle conseguenze delle politiche sulle sostanze in Italia. Nel 2018 ha contribuito con alcuni suoi testi al libro “La cannabis fa bene alla Politica”, Reality Book editore. È membro del direttivo di Forum droghe che rappresenta all’ONU con status consultivo. È stato anche Consigliere e Presidente di Circoscrizione e Consigliere comunale a Ferrara.

Chi è il lobbista?

Una lobby, dice il dizionario Ragazzini, è un “gruppo di mestatori politici dediti a manovre di corridoio”, una nomea negativa legata a un uso improprio del termine che mi porta a definirmi un “advocatepiuttosto che un lobbista. Inoltre con la definizione di lobbista si richiamano per lo più interessi economici e invece io mi occupo di politiche e di diritti.

Cosa rispondi a chi pensa che il lobbying sia una forma di pressione indebita portata avanti solo da grandi multinazionali e potenti faccendieri?

Rispondo che non è solo questo: esiste un universo di associazioni e gruppi informali e di pressione, che non sono mossi da un diretto interesse economico. Le loro richieste vanno dalla necessità di mettere a posto il parcheggio dietro casa fino a quella di modificare la politica sulle droghe a livello internazionale. Nella stragrande maggioranza dei casi sono iniziative che mirano ad ottenere più diritti e a migliorare le politiche per il bene comune.

In che modo portate avanti le vostre richieste rivolte ai decisori pubblici?

Guardando al livello nazionale, ormai da anni portiamo avanti un’attività di ricerca e di studio per presentare il libro bianco sugli effetti nefasti della lotta alla droghe. Lo facciamo noi, in quanto il governo nazionale non se ne occupa nei tempi previsti, nonostante l’obbligo di legge. Da questa base contattiamo quindi i gruppi parlamentari e avviamo un confronto. Ma non sono i parlamentari i nostri unici interlocutori. Ci confrontiamo ad esempio anche con le regioni relativamente alle loro competenze in materia sanitaria.
Sempre con riferimento all’Italia, abbiamo fatto presentare due proposte di legge: una per modificare in maniera radicale l’attuale normativa sulle droghe; l’altra invece specifica sulla legalizzazione della cannabis.
Oltre a questo abbiamo condiviso con l’Associazione Luca Coscioni, Antigone e altri la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare in seguito alla raccolte di 67.000 firme, e su quella chiediamo che il parlamento si esprima quanto prima.
Al livello internazionale, come Forum droghe siamo accreditati presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite in quanto membro consultivo, partecipando ogni anno ai meeting che si tengono a Vienna relativamente alla gestione delle convenzioni internazionali sulle droghe. In queste occasioni cerchiamo, insieme alle altre ONG che si occupano del tema, di modificare in meglio le regolamentazioni sovranazionali.

Qual è il risultato più importante che avete ottenuto con il vostro “lobbismo buono”?

Credo che sia stato quello ottenuto in particolare da la Società della Ragione che si occupa di Giustizia e Diritto Penale minimo e quindi anche di politiche sulle droghe. Con questa dal 2012 abbiamo portato avanti un’attività di pressione per ottenere una definizione di legittimità costituzionale relativa alla legge Fini Giovanardi che trattava appunto il tema. Una legge approvata in maniera illegittima all’interno del decreto sulle Olimpiadi invernali del 2016 che aveva comportato un peggioramento delle condizioni nelle piazze e carceri italiane. Dopo due anni di lavoro, una sezione della Corte di Cassazione ha finalmente portato davanti alla Corte Costituzionale la questione di legittimità sostenuta da Giovanni Maria Flick, ex ministro della giustizia del governo Prodi, relativa alla legge in questione che è stata infatti definita illegittima.
Un risultato non casuale ma che è arrivato dopo un lungo lavoro di pressione.

Pensi che la classe politica, nei temi di vostro interesse, tenda a favorire i lobbisti di aziende private o grandi poteri economici? E, se sì, in che modo si potrebbe democratizzare il lobbying dando spazio a tutte le voci del tuo settore?

Le questioni di cui ci occupiamo solleticano più dibattiti etici e moralisti, perciò non abbiamo grossi gruppi o poteri economici che si oppongono alla nostra azione, ma riceviamo piuttosto invettive contro la “droga che fa male”. L’unico grande potere economico che abbiamo dall’altra parte è la mafia ma il discorso in questo caso è un altro.

Per quanto riguarda invece la democratizzazione del lobbying in Italia viviamo sicuramente uno scarso utilizzo delle consultazioni, intese come strumento di confronto che precede l’approvazioni di norme. Nel mio settore esiste ad esempio una conferenza nazionale sulle droghe che dovrebbe essere convocata ogni tre anni per legge: questo non succede dal 2009. Tale conferenza era il luogo dove gli operatori e le associazioni del settore potevano confrontarsi con i rappresentanti sugli effetti delle politiche. Non convocarla significa impedire, a chi vorrebbe, di portare le proprie istanze.
Dunque in una frase: per democratizzare il lobbying in Italia cominciamo ad applicare le norme esistenti.

Con la nostra campagna stiamo chiedendo che il lobbying venga regolamentato anche in Italia: pensi sia importante che il parlamento approvi una riforma in questo senso?

Sicuramente. Prima di tutto, come detto, sarebbe importante ripristinare i luoghi di confronto con la società civile già esistenti. In aggiunta a questo, sarebbe poi utile trovare un modo trasparente per permettere ai gruppi di pressione di intervenire nel processo decisionale.

Che cosa dovrebbe prevedere questa regolamentazione?

Consentire alle associazioni e ai gruppi di pressione, così come già avviene presso le Nazioni Unite e la Commissione Europea, di partecipare in maniera trasparente nei luoghi dove le decisioni vengono prese. Questo sarebbe già un positivo e importante passo avanti.