Dona

23 Dicembre 2025

EmailTwitterFacebookWhatsApp

Anatomia della legge di bilancio: il lobbying tra numeri e strategia

Analisi del processo decisionale e delle dinamiche emendative

di Donato Occhilupo

Firma per una legge capace di regolare il lobbying!

40.442

Aiutaci a raggiungere 50.000 firme

Nome

Cognome

Email

Aderendo alla nostra petizione acconsenti a ricevere via email informazioni in linea con i tuoi interessi su questa e altre iniziative di The Good Lobby Italia. Tuteliamo la tua privacy. Puoi disiscriverti in ogni momento.

Ultime firme

  • MCristina R.

    2 ore, 26 min fa

  • Gian franco B.

    1 giorni fa

  • Valentina Z.

    1 giorni fa

La Legge di Bilancio resta il momento in cui il sistema degli interessi organizzati entra più direttamente in contatto con il processo decisionale pubblico. Non perché tutte le decisioni nascano lì, ma perché lì convergono istanze che non hanno trovato spazio durante l’anno e che cercano una legittimazione politica e finanziaria in un perimetro temporale e negoziale estremamente ristretto. È per questo che l’analisi dell’attività emendativa, se letta con metodo, consente di osservare il lobbying non come categoria astratta, ma come pratica concreta di interazione tra Parlamento, Governo e portatori di interesse.

Giunti, quindi, alla conclusione tecnica della corsa della Legge di Bilancio, una corsa che, anche quest’anno, si è svolta all’interno di quello che è ormai un monocameralismo procedurale di fatto, seppur non formale, è possibile iniziare a tirare alcune prime somme. Non ancora sul merito delle scelte, né sugli equilibri finali, ma sul funzionamento del processo. Dopo una galoppata di circa sessanta giorni, compressa, intensa e fortemente asimmetrica, leggere i numeri diventa un esercizio utile per separare ciò che è rumore da ciò che è decisione. A questa analisi quantitativa seguirà necessariamente una lettura più puntuale, quando la polvere si sarà posata e dati e informazioni avranno avuto il tempo di essere elaborati.

La giungla degli emendamenti

Il testo finale votato dall’Aula del Senato il 23 dicembre è composto da un unico articolo di 973 commi, il famoso maxiemendamento, ma inizialmente gli emendamenti depositati in Commissione Bilancio sono stati 5.742. Di questi, oltre 3.500 prevedevano articoli aggiuntivi, a conferma del fatto che la manovra viene utilizzata non solo per correggere il testo governativo, ma come contenitore normativo generalista. Non si tratta di una distorsione occasionale, ma di una caratteristica strutturale del processo: la Legge di Bilancio diventa il luogo in cui si tenta di recuperare, in forma compressa, ciò che non è stato possibile decidere altrove.

Questa pressione emendativa non è però omogenea né sul piano politico né su quello decisionale. La distribuzione degli emendamenti tra maggioranza e opposizione è già indicativa. Circa due terzi delle proposte provengono dai gruppi di opposizione: orientativamente 1.700 emendamenti dal Movimento 5 Stelle, 1.160 dal Partito Democratico, 533 da Alleanza Verdi e Sinistra e 354 da Italia Viva. La maggioranza presenta complessivamente poco più di 1.600 emendamenti, così ripartiti: Forza Italia 677, Fratelli d’Italia 500, Lega 399, Noi Moderati 62.

Questo dato consente una prima distinzione fondamentale. Per l’opposizione, l’emendamento svolge in larga misura una funzione di rappresentanza e posizionamento: serve a segnalare priorità, dare visibilità a istanze sociali e territoriali, costruire un’agenda alternativa. La quantità è parte della funzione politica. Per la maggioranza, invece, l’emendamento è uno strumento di governo del processo: non serve a occupare spazio, ma a delimitare il perimetro delle decisioni possibili e a gestire la mediazione finale.

La differenza diventa evidente se si passa dal piano della pressione a quello della scelta. Gli emendamenti segnalati, cioè quelli su cui i gruppi decidono di investire realmente nel negoziato, sono 459. Poco meno dell’8% del totale. È all’interno di questo perimetro ristretto che si concentra il potere decisionale effettivo. Tutto ciò che resta fuori, pur legittimo e spesso politicamente rilevante, difficilmente entra nella fase conclusiva della manovra.

Le priorità politiche

L’incrocio tra i 459 emendamenti segnalati e la distribuzione tematica restituisce una mappa chiara delle priorità politiche reali. Il Titolo dedicato alle misure fiscali e al potere d’acquisto emerge come il vero baricentro della selezione. Non solo raccoglie una quota elevata di emendamenti complessivi, ma aumenta ulteriormente il proprio peso nella fase dei segnalati. Qui la pressione si trasforma in priorità. Revisione dell’IRPEF, agevolazioni, accise, misure di contrasto all’evasione e regimi fiscali settoriali non vengono semplicemente presentati, ma resi negoziabili.

Un meccanismo analogo, seppur meno frammentato, si osserva sulle politiche per la crescita e gli investimenti. Infrastrutture, crediti d’imposta, ZES, incentivi alle imprese concentrano una quota significativa dei segnalati. In questo ambito il lobbying opera in modo più selettivo: poche misure, ma ad alto impatto, spesso con una chiara dimensione territoriale. È qui che si gioca una parte rilevante della redistribuzione geografica delle risorse pubbliche.

Sanità, lavoro e welfare raccontano una dinamica diversa. Sono settori ad alta visibilità ed interesse politico e una pressione emendativa consistente, ma che, sebbene resti sempre presente e pesante, arretra rispetto al peso che ha nel totale. Non si tratta di disattenzione, ma del riflesso di vincoli strutturali: qui il Parlamento segnala attenzione, ma è una questione di priorità.

La gerarchia del lobbying

A questo punto è necessario chiarire un ulteriore aspetto, spesso dato per scontato ma decisivo per comprendere il rapporto tra emendamenti e rappresentanza degli interessi. Gli emendamenti non coincidono con l’insieme delle istanze espresse dai portatori di interesse. Il processo si articola, di fatto, su almeno tre livelli distinti di accesso e di influenza.

Il primo livello è quello dei soggetti che hanno accesso formale al circuito delle audizioni. Nel corso dell’esame della Legge di Bilancio hanno depositato proprie posizioni 132 soggetti organizzati, a cui si sono aggiunte 6 istituzioni intervenute tramite comunicazioni formali in Commissione: CNEL, Ufficio parlamentare di bilancio, Banca d’Italia, Corte dei conti, ISTAT e il Ministro dell’Economia e delle Finanze. Si tratta di organizzazioni riconosciute, strutturate, considerate interlocutori legittimi dal sistema parlamentare. Questi attori possono argomentare le proprie posizioni davanti all’intera Commissione Bilancio, depositare memorie ufficiali e, parallelamente, svolgere un’attività mirata di interlocuzione con i parlamentari. In questo caso il lobbying non si esaurisce nell’atto formale, ma si sviluppa come azione continuativa che combina visibilità istituzionale, competenza tecnica e presidio relazionale.

Il secondo livello riguarda soggetti che non rientrano tra quelli auditi, perché non invitati, perché privi di riconoscimento informale o perché scelgono consapevolmente di non passare dal canale pubblico dell’audizione. Questi attori agiscono direttamente sui parlamentari, attraverso relazioni bilaterali, note tecniche, proposte di testo. È una forma di lobbying meno visibile, ma non per questo marginale, che in alcuni casi può risultare persino più efficace, soprattutto su temi settoriali o territoriali.

Il terzo livello è quello più fragile e più diffuso. Comprende i soggetti che provano a far emergere le proprie istanze attraverso proposte emendative, senza riuscire a raggiungere l’obiettivo. Le ragioni sono diverse: mancanza di accreditamento istituzionale, assenza di un’attività preventiva di relazione con i decisori, debolezza organizzativa, oppure natura delle istanze stesse, giudicate politicamente o finanziariamente di difficile accoglimento. In questi casi l’emendamento, quando viene presentato, resta isolato, privo di copertura politica e destinato a non entrare nel perimetro dei segnalati.

Questa stratificazione aiuta a comprendere perché non esista una corrispondenza diretta tra numero di emendamenti e pluralità degli interessi rappresentati. Molti interessi incidono senza produrre emendamenti visibili; altri producono emendamenti senza riuscire a incidere; altri ancora riescono a combinare accesso formale, relazione informale e capacità di selezione. È in quest’ultima combinazione che si colloca il lobbying più efficace.

La mappa del potere decisionale

In questo senso, i 459 emendamenti segnalati rappresentano una vera e propria mappa del potere decisionale. Indicano dove il sistema politico ritiene possibile intervenire e dove, invece, le istanze vengono riconosciute ma considerate non negoziabili in quel contesto. La distanza tra partecipazione formale e capacità di selezione è uno dei nodi centrali del dibattito sulla qualità democratica del processo di bilancio.

L’analisi quantitativa consente così di superare una lettura moralistica del lobbying e di riportarlo alla sua dimensione concreta. Tuttavia, l’influenza non si misura sul numero di emendamenti presentati né sulla quantità di documenti depositati, ma sulla capacità di collocare le istanze dentro un perimetro e timing decisionale estremamente ristretto. Dove questa capacità esiste, la pressione si trasforma in decisione. Dove manca, anche contributi solidi restano ai margini.

Parliamo di partecipazione democratica

Per The Good Lobby questo dato è centrale perché rimanda a una questione che va oltre la fotografia dell’attività emendativa e investe direttamente la qualità democratica delle decisioni pubbliche. In particolare il tema della partecipazione che, come mostrano i numeri, sulla legge di bilancio è sempre ampia. Ma non è uniforme né paritaria. E soprattutto non è sempre in grado di incidere. 

Il divario più rilevante non è quindi tra chi partecipa e chi non partecipa, ma tra chi riesce ad attraversare l’intero processo decisionale e chi si ferma prima, rimanendo confinato in quel terzo livello a cui abbiamo fatto riferimento precedentemente. Aprire spazi regolati di coinvolgimento significa consentire a società civile e operatori di contribuire in modo strutturato alla definizione delle politiche pubbliche, migliorandone non solo la legittimità, ma anche i contenuti

È qui che il tema della trasparenza assume un significato più profondo. La trasparenza non può limitarsi alla pubblicazione di dati, documenti o registri. Deve diventare un valore sistemico, capace di rendere effettivamente tracciabili le relazioni tra decisori pubblici e portatori di interessi. Non solo sapere chi incontra chi, ma comprendere chi partecipa alle diverse fasi del processo, con quali strumenti, su quali temi e con quali obiettivi. Rendere leggibili i criteri di selezione dei soggetti auditi, i passaggi che portano un’istanza a tradursi in proposta emendativa e, infine, le ragioni per cui alcune proposte entrano nel perimetro dei segnalati mentre altre ne restano fuori.

Ridurre la distanza tra le due cose significa intervenire nel cuore del processo democratico: rendere leggibili i passaggi, i tempi e i criteri che portano dalla pressione alla decisione. Una lettura più completa di queste dinamiche, una volta che il ciclo della manovra sarà definitivamente chiuso, proverà a far comprendere non solo chi ha inciso, ma come alcune istanze sono riuscite a diventare politicamente negoziabili e altre no.

 

TAG

FIRMA LA PETIZIONE