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3 Novembre 2019

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Quando verrà la fine dei baroni

Intervista a Giambattista Scirè, il whistleblower che ha denunciato un caso eclatante di favoritismo all'Università di Catania

di Chiara Caprio

Articolo apparso il 29 marzo 2018 sul blog di Riparte il futuro

Luniversità dovrebbe essere il luogo dell’onestà intellettuale per eccellenza. E invece in anche questo ambito la corruzione è in grado di diffondersi, cambiando le carte in tavola e portando all’approvazione di abusi, soprusi e assurdità.

I primi ad andarci di mezzo sono gli studenti, i ricercatori, coloro che aspirano a diventare, magari dopo tanti anni di sacrifici, professori, associati o semplicemente ad avere un contratto che sia meno precario del solito.

Ed il caso di Giambattista Scirè, ricercatore di Storia Contemporanea che ormai sei anni fa partecipò a un concorso per ottenere un posto presso l’Università di Catania, sede di Ragusa, dove avrebbe dovuto lavorare per cinque anni. In realtà, nonostante fosse la persona più titolata e – come riconosciuto anche dal TAR – avrebbe dovuto vincere il posto, non ha mai potuto svolgere tale incarico. Tutto questo perché una commissione universitaria ha deciso di far vincere un’altra candidata, una persona senza titoli idonei ma che, evidentemente, aveva più “santi in paradiso”.

Tuttavia Scirè non è rimasto in silenzio. Dopo aver denunciato l’accaduto alle autorità amministrative e penali, ha deciso anche di fondare un’associazione di ricercatori e giovani professori, tutti uniti da un solo desiderio: rendere l’università davvero trasparente, denunciare i soprusi, ribellarsi a un sistema opaco e poco meritocratico. È su queste basi che è nata l’Associazione Trasparenza e Merito. L’Università che vogliamo. Giambattista ci ha rilasciato questa intervista, come testimone e whistleblower.

Perché hai deciso di dare vita a un’associazione indipendente?

L’associazione è nata il 10 novembre del 2017 e inizialmente eravamo solo pochi studiosi, soprattutto ricercatori come me, che avevano già fatto denunce clamorose. Abbiamo deciso però di compattarci tra di noi, per non sentirci soli ma anche per darci supporto e creare una rete di contatto tra persone che hanno subito gli stessi abusi. Nello specifico, sul mio caso sono state fatte tre interrogazioni parlamentari rivolte al ministro dell’Istruzione e sono state emesse tre sentenze definitive della giustizia amministrativa, quindi questa pubblicità mi ha permesso di diventare un catalizzatore per tutti gli altri e di dare vita all’associazione.

Che genere di problematiche hanno vissuto i ricercatori che hanno aderito a questa associazione?

È difficile credere che queste cose possano accadere nell’ambiente accademico, ma ci sono davvero i casi più disparati e assurdi. In alcuni casi si tratta di persone che hanno addirittura portato in procura delle registrazioni in cui si potevano sentire chiaramente professori che cercavano di dissuaderli dal partecipare a selezioni o bandi, in altri casi vere e proprie minacce per evitare che si presentassero ai concorsi. C’è poi il caso di di un ateneo che per anni non ha eseguito una sentenza definitiva della magistratura. Stiamo parlando di soprusi molto gravi sui quali, per altro, abbiamo chiesto al ministro di esprimersi ma non ci sono arrivate risposte.

Che cosa chiedete per fare in modo che tutto questo non si ripeta?

Noi in primo luogo supportiamo i singoli casi e le singole denunce e cerchiamo di fare in modo che siano resi pubblici. La gente deve sapere che nell’università italiana succedono queste cose. Poi sarà la magistratura a prendere decisioni sulle denunce, ma noi facciamo una sollecitazione pubblica, perché nella Pubblica Amministrazione ci sono dei comportamenti che non hanno nulla a che vedere con meritocrazia e trasparenza e noi vogliamo che l’opinione pubblica sia cosciente e informata di questa situazione.

Secondo voi, che cosa non funziona in questo sistema?

Sicuramente l’impostazione di alcuni bandi presuppone già la possibilità di aggirarli. Questo rende possibili diverse irregolarità, sia per come sono impostati sia per i criteri che le commissioni si attribuiscono per la scelta, e dovrebbe far riflettere sull’opportunità di modificarli sia in origine sia nelle fasi successive. Comunque il vero problema è che non c’è nessuna forma di tutela e controllo a nessun livello e, quando si riscontrano delle irregolarità, non resta che fare ricorso alla magistratura.

A proposito di questo, dopo tanti anni, a che punto sono con il tuo caso?

Siamo a ridosso della prescrizione del reato, ma la commissione è stata rinviata a giudizio e io ho potuto costituirmi come parte civile. Al di là di tutto, ci sarà una sentenza anche se per prescrizione e io intendo rivalermi per ottenere un risarcimento danni perché la mia carriera è stata rovinata. Io avevo già pubblicato delle opere, avevo un profilo solido come studioso, e, a causa di questo sopruso, sono stato isolato nel mondo accademico facendo un danno alla mia carriera che va ben oltre il posto specifico da ricercatore. Io mi faccio carico di questa storia e sono andato avanti con il procedimento penale perché voglio riscattare tutti coloro che hanno subito queste ingiustizie. Se dovessi scoprire altre irregolarità, io denuncerò tutti uno per uno finché qualcuno non capirà che quando si commette un reato si paga per quel reato, che il danno erariale non deve pagarlo la collettività, ma devono pagare le singole persone che hanno commesso quei fatti, con la sospensione o con delle sanzioni, perché solo in questo modo si può innescare un circuito positivo. La nostra speranza è questa, che l’esempio di casi concreti come i nostri possano creare un movimento per sensibilizzare e sollecitare in questa direzione.

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