28 Gennaio 2021

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Renzi in Arabia Saudita: come parlamentare o lobbista camuffato?

di Federico Anghelé

Un senatore della Repubblica (ed ex presidente del Consiglio) può viaggiare su un jet privato offerto dal fondo sovrano di un altro Paese? E’ opportuno che egli percepisca un compenso regolare come membro del comitato dei garanti da una piattaforma di eventi che si propone di promuovere gli interessi internazionali di quello stesso Stato?

Fa molto discutere la recente partecipazione di Matteo Renzi a una conferenza della Future Investment Initiative controllata dal Fondo sovrano di investimenti dell’Arabia Saudita, Paese tra i più criticati per la sistematica violazione dei diritti umani e civili. Il leader di Italia Viva, quale membro del consiglio dei garanti della Future Investment Initiative, ha confermato di aver percepito un compenso regolare (oltre a gettoni per prendere parte a varie conferenze nella monarchia araba) e la copertura delle spese di viaggio.

Come facciamo a essere certi che Renzi e gli esponenti di Italia Viva, il partito ex di maggioranza da lui guidato agiscano in piena autonomia quando sono chiamati a occuparsi dei rapporti dell’Italia con l’Arabia Saudita? Ed è opportuno che un senatore nel pieno delle sue funzioni offra consulenze retribuite a un altro Paese?

Questa vicenda riporta alla luce una grave mancanza normativa già evidenziata dalle istituzioni internazionali: è dal 1997 che il Consiglio d’Europa chiede all’Italia di introdurre un codice di condotta per i parlamentari. Mentre la Camera ha approvato il suo nel 2016 modellandolo su quello del Parlamento europeo, il Senato è rimasto indietro e – nonostante i giudizi negativi espressi dal Gruppo anticorruzione (GRECO) del Consiglio d’Europa nel suo quarto round valutativo sull’integrità delle istituzioni italiane (2018) – non ha mai colmato la lacuna.

Il GRECO aveva anche raccomandato all’Italia di implementare una regolamentazione robusta ed efficace in materia di donazioni, regali, ospitalità e altri favori percepiti dai parlamentari nel corso del loro mandato. La valutazione delle regole (non) introdotte dal nostro Paese era costata una bocciatura da parte del Consiglio d’Europa. 

Da quel momento è stato fatto poco o nulla: il Senato non ha ancora introdotto un codice di condotta che regolamenti (e limiti) le attività extraparlamentari dei senatori, prevenendone eventuali conflitti di interessi. La legge anticorruzione “Spazzacorrotti” sancisce il divieto di ricevere contributi, prestazioni o altre forme di sostegno provenienti da governi o enti pubblici di Stati esteri e da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia”. Ma si applica ai partiti politici e non anche ai membri eletti di quelle stesse forze politiche.

Renzi ha quindi agito nell’assenza di regole precise in grado di sanzionare comportamenti che possano minare l’integrità delle istituzioni italiane. Il che non significa che guidare un partito politico di maggioranza, sedere nel Senato della Repubblica ed essere ex presidenti del Consiglio non implichi una cautela e un senso di responsabilità maggiori che dovrebbero indurre a valutare con attenzione ciò che è opportuno fare per non compromettere la credibilità del suo Paese. E per non doversi giustificare dall’accusa di essere un (parlamentare) lobbista al soldo di una potenza straniera. Attività considerata illecita in molti Paesi. 

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