Beniamino G.
1 giorni fa
Astrid R.
2 giorni fa
Rosario G.
11 giorni fa
A Belém, nel cuore dell’Amazzonia, è in corso la COP30, la Conferenza delle parti delle Nazioni Unite sul clima che riunisce governi, organizzazioni e società civile per discutere come affrontare la crisi climatica globale.
Una COP simbolica e cruciale: ospitata in Brasile, uno dei Paesi più colpiti dalla deforestazione e dalla perdita di biodiversità, segna un punto di svolta tra le promesse e l’azione concreta. Sul tavolo ci sono gli impegni per ridurre le emissioni, finanziare la transizione giusta e proteggere le comunità più vulnerabili. Tuttavia, perché queste decisioni globali possano tradursi in cambiamento reale, è fondamentale che la società civile sia coinvolta e che le istituzioni ascoltino e sostengano le sue proposte.
Non è un caso che martedì 11 novembre decine di manifestanti, molti appartenenti a comunità indigene dell’Amazzonia, abbiano protestato davanti alla sede della conferenza per denunciare come la COP non rappresenti i popoli locali e favorisca soprattutto interessi economici di pochi potenti, mentre l’estrazione di petrolio nel delta amazzonico continua a devastare l’ambiente. A rafforzare queste critiche ci sono i numeri: alla COP30 sono stati accreditati 1602 lobbisti dell’industria fossile, circa 1 ogni 25 partecipanti. Un dato enorme, soprattutto considerando che il loro numero supera di diverse centinaia quello dei delegati dei dieci Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico messi insieme.
Secondo il report della coalizione ambientalista Kick Big Polluters Out (KBPO), nelle ultime cinque edizioni hanno preso parte ai negoziati circa 7000 lobbisti fossili. Quest’anno, inoltre, rispetto alla COP29 di Baku, si registra un aumento del 12%, un vero e proprio record! In termini assoluti, la presenza dei lobbisti era stata più alta sia a Baku (1773) sia a Dubai (2456). Ma in termini percentuali, quella di Belém è la più alta concentrazione di lobbisti del fossile mai registrata.
È inaccettabile che l’industria responsabile della maggior parte delle emissioni di gas serra – e quindi della crisi climatica – possa non solo sedere ai negoziati sulle strategie di riduzione delle emissioni e di abbandono delle fonti fossili, ma farlo con un numero così sproporzionato di rappresentanti. Un’influenza che, di fatto, consente all’oil & gas di orientare le politiche climatiche e rallentare il processo di decarbonizzazione.
Anche quest’anno, insomma, la COP rischia di trasformarsi nell’ennesimo palcoscenico messo a disposizione delle potenti e spregiudicate industrie del fossile, mentre le voci che da anni chiedono interventi politici concreti per affrontare la crisi climatica vengono ancora una volta marginalizzate.
Gli amici e le amiche dell’ufficio di Bruxelles da tempo si impegnano a smascherare non solo le aziende fossili, ma anche le reti professionali che amplificano la loro influenza. Per questo, all’inizio di quest’anno hanno lanciato il progetto Decarbonising Professional Influence, che mette in luce come studi legali e società di affari pubblici facilitino le attività di lobbying a favore dei combustibili fossili in tutta Europa.
Nel nostro piccolo, noi di The Good Lobby cerchiamo di contribuire a questa trasformazione formando e sostenendo gli attivisti e le attiviste di domani con l’Italian Climate Incubator. Giunto alla terza edizione, è un programma gratuito di formazione e mentoring dedicato ad associazioni, movimenti e organizzazioni della società civile impegnate su clima, ambiente e giustizia sociale.
Da gennaio a settembre 2026, il percorso offrirà strumenti pratici per rafforzare competenze di advocacy, campaigning e community organizing, e costruire campagne capaci di incidere davvero sulle politiche climatiche.
Candida la tua associazione: ai tempo fino al 10 dicembre!
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20 Febbraio 2026
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