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18 Aprile 2026

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Laboratorio anti-democratico: cosa ci insegna il “SAVE America Act”

...e perché l'Europa deve vigilare

di Andi Shehu

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Il Senato degli Stati Uniti è l’epicentro di una battaglia che potrebbe ridefinire, in peggio, il concetto di partecipazione democratica. Sul tavolo c’è il cosiddetto SAVE America Act, un ddl che ha già superato l’esame della Camera a febbraio. Per essere chiari: la legge non è ancora in vigore e la partita è aperta. Ma il fatto che una proposta del genere sia arrivata a un passo dalla firma presidenziale, sostenuta da una narrazione tossica e martellante, dovrebbe far suonare numerosi campanelli d’allarme. 

Usando il paravento della “sicurezza elettorale”, il SAVE Act impone l’obbligo di presentare fisicamente una prova documentale di cittadinanza (Documentary Proof of Citizenship) ogni volta che ci si registra o si aggiornano i propri dati. Questo significa, di fatto, vietare la registrazione online (attualmente usata in 42 Stati) e tagliare le gambe al voto per posta. 

Perché è importante? Perché gli Usa sono un grande laboratorio politico in grado di influire significativamente sul futuro delle democrazie. E oggi, in quel laboratorio, si sta testando la formula per eliminare la registrazione online e il voto a distanza, allo scopo esplicito di restringere diritti elettorali faticosamente conquistati. 

 

 

L’onda del voto a distanza 

 

Per capire la genesi di questa legge, bisogna guardare ai dati sulla partecipazione elettorale. A partire dalla pandemia del 2020, gli Usa hanno vissuto un’espansione senza precedenti del voto via posta e del voto anticipato. L’effetto sulla partecipazione è stato dirompente perché ha facilitato l’accesso alle urne abbattendo barriere geografiche, lavorative e logistiche. 

I dati aggiornati sulle elezioni del 2024 ci confermano che non si è trattato di un’anomalia pandemica: 

  • Quasi un terzo degli elettori (circa il 29-31%, ovvero oltre 48 milioni di americani) ha votato via posta alle ultime elezioni generali, mentre un altro 30% ha votato in anticipo ai seggi. 
  • I dati mostrano che il voto per posta è diventato vitale per gli over 65 (quasi il 40%), per i cittadini naturalizzati (con un tasso dell’8% superiore a chi è nato negli USA), per le persone con disabilità e per le minoranze (in particolare le comunità asiatiche e afroamericane). 

Complicare l’accesso alla registrazione e al voto per posta significa quindi colpire con precisione millimetrica fasce demografiche specifiche. 

 

 

Burocrazia come arma di esclusione 

 

A un occhio europeo abituato alle carte d’identità elettroniche, potrebbe sembrare un vezzo amministrativo. Ma negli Stati Uniti è una bomba atomica sui diritti civili con implicazioni per milioni di persone. I dati aggiornati, diffusi in una lettera urgente del Brennan Center for Justice al Senato, sono drammatici:

  • Oltre 21 milioni di cittadini con diritto di voto non hanno a portata di mano un passaporto o un certificato di nascita. (Circa metà degli americani che non possiede un passaporto).
  • Secondo le analisi di Vote.org, milioni di elettrici (69 milioni secondo le stime) hanno un cognome diverso da quello sul certificato di nascita a causa di matrimoni o divorzi. Per molte di loro, recuperare i documenti necessari potrebbe rappresentare una corsa a ostacoli burocratica assai costosa.

L’effetto è di rendere l’esercizio del voto, non un diritto inalienabile, ma un onere documentale che facilita chi ha tempo, denaro e stabilità abitativa per tenere le scartoffie in ordine. È una pratica nota e abusata per ridurre il numero di persone capaci di attingere ai benefici dello stato sociale. All’aumentare dell’onere burocratico, diminuisce rapidamente il numero di persone in grado di accedere ai servizi in teoria creati proprio per loro. 

 

 

Opacità del database 

 

Inoltre, per come è scritta ora, la legge obbligherebbe gli Stati a incrociare le proprie liste elettorali con il database “SAVE” (Systematic Alien Verification for Entitlements), un sistema concepito per verificare lo status degli immigrati per l’accesso al welfare, noto per essere pieno di falle ed errori. 

Questo database è gestito dal Department of Homeland Security, alla guida del quale è stato confermato di recente Markwayne Mullin, ex senatore dell’Oklahoma ed esponente dell’ala più dura del trumpismo

Affidare la validazione del diritto di voto a un’agenzia di sicurezza nazionale preposta al controllo dell’immigrazione significa cartolarizzare e militarizzare lo spazio civico. Significa subordinare la democrazia agli apparati di sicurezza. 

 

 

Lezioni per l’Italia? 

 

Ed è qui che la questione smette di essere solo americana. Il parallelismo più diretto con il nostro Paese riguarda proprio il voto a distanza. Negli Stati Uniti, grazie al voto per posta e al voto anticipato, decine di milioni di persone (anziani, persone con disabilità, lavoratori con orari incompatibili, neocittadini) hanno potuto partecipare alle elezioni con una facilità prima impensabile. È esattamente il modello a cui The Good Lobby e molte organizzazioni civiche aspirano anche per l’Italia, dove il voto a distanza rimane ancora un diritto riservato a pochissimi. 

Il SAVE Act punta a smontare questo progresso: vuole convincere l’opinione pubblica che la partecipazione allargata è un rischio da eliminare, non una conquista da difendere. Questo principio si ritrova in maniera simile anche in Europa, in quei dibattiti in cui si frena il voto per i fuorisede o si ostacola l’introduzione del voto elettronico adducendo argomenti di presunta insicurezza.

La battaglia al Senato USA è in corso e l’esito non è scontato. Ma la lezione è che i diritti non si perdono con un colpo di Stato, ma in fila a uno sportello, di fronte a un funzionario che, seguendo le regole, ti chiede un documento difficile da reperire, mentre un database opaco ti ha già catalogato come ‘sospetto’. 

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