Rosario C.
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Laura T.
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Paola R.
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In una piccola tabaccheria di una piccola cittadina italiana, accanto alla cassa, c’è un cartoncino con un codice QR e quattro parole: “Your Voice. Your Choice”. La tua voce, la tua scelta. Incuriosita, la persona che sta comprando le sigarette decide di inquadrare il codice; si ritrova su una piattaforma dove trova alcune domande: fumi? Cosa pensi degli aromi? Cosa ne pensi dei limiti alla nicotina? A quel punto un’intelligenza artificiale scrive per lei. In pochi secondi ha un testo ordinato, argomentato, pronto da inviare a Bruxelles come contributo personale alla consultazione pubblica della Commissione europea. L’unica azione da compiere: premere invia.
Sembra il trionfo della partecipazione: un cittadino che, tra una commissione e un caffè, fa arrivare la propria opinione alle istituzioni europee. È esattamente l’effetto che la piattaforma vuole produrre. Quello che il cartoncino non dice è chi ce l’ha messo – Philip Morris International – e che dei circa 50 argomenti suggeriti dallo strumento, 49 spingono contro qualche restrizione e uno solo a favore.
Ora moltiplicate quella scena per decine di migliaia. Tra il 22 maggio e il 15 giugno la Commissione ha raccolto oltre 70.000 contributi sulla revisione delle regole europee per tabacco e nicotina. Sembra il numero di una grande mobilitazione democratica. Ed è anche, secondo un numero crescente di medici, eurodeputati e organizzazioni sanitarie, il prodotto di una macchina costruita apposta per generarlo.
È una storia che riguarda il tabacco solo in superficie. Sotto c’è una domanda che ci tocca tutti, fumatori e no: a chi appartiene la voce del cittadino, quando lo strumento per esprimerla viene disegnato da chi ha già deciso la risposta?
Conviene ricordare a che cosa serve una consultazione pubblica, perché è qui che si capisce il danno. È uno dei pochi momenti in cui il processo legislativo europeo si apre al cittadino comune: prima di scrivere una proposta, la Commissione chiede cosa ne pensiamo. Non è un referendum e non funziona a maggioranza. I contributi non si contano come voti: servono a far emergere argomenti, prove, esperienze, punti ciechi. È un esercizio di ascolto, non di conteggio.
Proprio perché è un esercizio di ascolto, però, si regge su un patto implicito: che chi parla parli per sé. Una consultazione misura l’opinione di chi partecipa. Nel momento in cui qualcuno trova il modo di fabbricare quell’opinione su scala industriale, lo strumento smette di misurare e comincia a simulare.
Non è stata una sola campagna. Philip Morris ha messo in piedi “Your Voice. Your Choice”, con i cartelli nei punti vendita e il generatore di risposte assistito dall’IA. British American Tobacco ha lanciato la sua, “Share Your Voice”. Un sito chiamato Clearing the Air, finanziato dal Consumer Choice Center, una rete vicina alle posizioni dell’industria, ha offerto lo strumento «Fix the Flaws». Tutti fanno la stessa cosa: trasformano un’opinione in un contributo pronto per Bruxelles in pochi clic. Il risultato, raccontato con una certa soddisfazione dagli stessi promotori, è «una valanga a favore dei prodotti a base di nicotina più sicuri».
L’eurodeputata verde Tilly Metz ha avvertito che le risposte automatizzate stavano “distorcendo” il processo. Nei Paesi Bassi un gruppo di medici e organizzazioni sanitarie ha presentato esposti contro la campagna di Philip Morris all’autorità per la pubblicità, al garante della privacy, all’autorità per la sicurezza alimentare e ha manifestato davanti a un negozio di sigarette elettroniche a Utrecht. Hans Snijder, della campagna olandese Smoke-Free Generation, l’ha definita “uno sforzo di lobbying orchestrato”.
La replica dell’industria è stata astuta. Philip Morris non ha negato di aver costruito lo strumento: l’ha rivendicato come un servizio alla democrazia. La causa legale, ha dichiarato, è “un tentativo di screditare la partecipazione stessa”; i critici vogliono «mettere a tacere le voci dei cittadini europei». Massimo Andolina, presidente della regione Europa di PMI, ha aggiunto che bollare come “manipolativo” uno strumento che facilita la partecipazione significa mettere in discussione il diritto di una parte legittima del dibattito a farsi sentire. “La risposta alla partecipazione organizzata è la trasparenza, non la censura”, ha sintetizzato un portavoce di Clearing the Air.
Questa difesa contiene una verità che va presa sul serio. I cittadini hanno davvero diritto di farsi aiutare a scrivere: un sondaggio olandese citato dagli stessi promotori rileva che l’82% delle persone considera legittimo usare modelli o supporti per partecipare a una consultazione e che farlo non dovrebbe mai invalidare il contributo. Ed è vero che anche le organizzazioni sanitarie mobilitano i propri sostenitori: la campagna “Generazione senza fumo”, promossa dalle stesse fondazioni che hanno denunciato Philip Morris, fa pressione per le restrizioni che la consultazione sta valutando. Se mobilitare le persone è lecito da un lato, perché non dall’altro?
È la domanda giusta. E ha una risposta precisa.
La risposta sta in un articolo di un trattato che l’Unione europea ha firmato nel 2003 e ratificato due anni dopo: l’articolo 5.3 della Convenzione quadro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il controllo del tabacco. Dice una cosa precisa: nel definire le politiche sanitarie sul tabacco, le istituzioni devono proteggerle dagli interessi commerciali dell’industria del tabacco. Non da tutti i portatori d’interesse. Da uno in particolare.
Perché quel trattato esiste? Perché l’industria del tabacco è l’unica al mondo che vende un prodotto il quale, usato esattamente come previsto, uccide circa la metà di chi lo consuma con continuità: in Europa, ancora oggi intorno a 700.000 persone l’anno. E perché ha alle spalle mezzo secolo di documenti che provano una strategia deliberata per nascondere quel danno. Per questo il diritto internazionale la tratta in modo diverso: come una parte i cui interessi sono, per definizione, in conflitto con la salute pubblica.
Qui la difesa dell’industria fa scivolare via il punto. La simmetria, “anche loro mobilitano”, regge solo se si dimentica chi sono i due lati. Una lega contro il cancro e un produttore di sigarette non sono due partecipanti equivalenti a una consultazione sanitaria. Trattarli come se lo fossero non è neutralità: è già una vittoria per uno dei due.
Chi conosce la storia di queste regole prova un certo déjà-vu. La direttiva sui prodotti del tabacco oggi in vigore, quella del 2014, fu definita da un portavoce del Parlamento europeo “il dossier più lobbizzato nella storia delle istituzioni dell’UE”. Documenti interni di Philip Morris poi trapelati rivelarono 161 fra dipendenti e consulenti impegnati come lobbisti su quel testo, 233 eurodeputati avvicinati con incontri non dichiarati e un obiettivo messo nero su bianco: “rompere il pieno controllo” della commissione Ambiente e sanità, considerata ostile, per spostare il dossier su un terreno più amico. Dall’altra parte, l’intera coalizione sanitaria europea poteva contare su l’equivalente di circa cinque persone a tempo pieno.
In quel caso la battaglia fu vinta dalla salute: gli avvertimenti illustrati che coprono il 65% dei pacchetti sono lì da allora. La dinamica però non è cambiata; sono cambiati gli strumenti. Nel 2014 si faceva lobby sui settecento e più eurodeputati, uno per uno. Nel 2026 non serve più: si fabbricano direttamente i cittadini, a decine di migliaia, e si lascia che siano loro a scrivere agli eurodeputati. Costa meno ed è più difficile da tracciare.
E non è un sospetto astratto. Mentre la consultazione era aperta, un’inchiesta di The Examination e Politico documentava almeno sei incontri non dichiarati fra funzionari del commercio della Commissione e Philip Morris; il Parlamento europeo, nella relazione di discarico approvata in primavera, ha chiesto alla Commissione di indagare, ricordando che quegli incontri potrebbero violare proprio la convenzione dell’OMS. L’accesso opaco non è il passato. È il presente.
A questo punto è lecito chiedersi cosa c’entri tutto questo con noi, che non ci occupiamo di sanità ma di lobbying e di partecipazione. C’entra parecchio. La posta in gioco, qui, non è il tabacco: è la consultazione pubblica come istituzione. È uno dei pochi strumenti che danno al cittadino comune un accesso diretto al potere legislativo. Se si lascia che venga riempito su commissione, quello strumento si svuota; e a perderci non è l’industria del tabacco, ma chiunque, domani, voglia usare quel canale per una causa qualsiasi.
La tentazione, davanti a tutto questo, è chiedere alla Commissione di cestinare i contributi “sospetti”. Sarebbe un errore e l’industria non aspetta altro: trasformerebbe la questione in una battaglia sulla censura, terreno su cui ha già pronti gli slogan. La risposta non è meno partecipazione. È partecipazione tracciabile.
In concreto significa tre cose. Che ogni contributo di massa porti con sé l’impronta di chi l’ha promosso: chi ha pagato la piattaforma che l’ha generato dovrebbe comparire accanto al contributo, come un’etichetta degli ingredienti. Che le istituzioni applichino davvero l’articolo 5.3, usandolo come un filtro operativo che pesa diversamente la voce di chi ha un conflitto d’interessi strutturale e non come una formula da citare nei convegni. E che l’Italia, che a una legge sulle lobby sta lavorando da anni, smetta di rinviarla: la trasparenza dell’impronta legislativa è esattamente lo strumento che renderebbe visibile, la prossima volta, chi c’è dietro le 70.000 voci.
Torniamo al cartoncino accanto alla cassa. “La tua voce, la tua scelta”. Il problema non è che qualcuno ti aiuti a scrivere. È che, se non sai chi ha scritto il cartoncino, la voce non è più del tutto la tua e nemmeno la scelta.