11 Agosto 2020

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Anche ActionAid ha i suoi lobbisti (buoni). Ne abbiamo intervistato uno

Intervista a Roberto Sensi, Policy Advisor Global Inequality di ActionAid Italia

di Salvatore Papa

Non è vero che i lobbisti sono solo uomini grigi che hanno le mani ovunque e fanno accordi sotterranei per privilegiare gli interessi dei potenti. Esistono anche lobbisti buoni che si battono per cause più che giuste.  Con questo ciclo di interviste ai “lobbisti buoni” sveliamo come il lobbying possa essere uno strumento di partecipazione e democrazia a disposizione di tutti.  

Roberto Sensi per Action Aid

Roberto Sensi

ActionAid è un’organizzazione internazionale indipendente impegnata in progetti a sostegno dei diritti fondamentali dell’uomo. Oggi, per il nostro ciclo di interviste ai “lobbisti buoni”, abbiamo con noi Roberto Sensi, Policy Advisor Global Inequality di ActionAid Italia.  

Chi è il lobbista?

 
Il lobbista è un persona che rappresenta degli interessi, che possono essere di vario tipo e cerca di influenzare, a livello istituzionale, le decisioni che hanno un impatto su questi interessi. L’attività del lobbista non è finalizzata esclusivamente all’approvazione delle leggi ma si occupa anche di mantenere un confronto costante con i decisori pubblici sugli interessi che rappresenta.  

Cosa rispondi a chi pensa che il lobbying sia una forma di pressione indebita portata avanti solo da grandi multinazionali e potenti faccendieri?

  In realtà bisogna domandarsi perché c’è questa visione. Oggi, è vero, chi detiene grandi interessi economici può investire di più, in termini di risorse e personale impiegato, nell’attività di lobbying. Questo meccanismo sicuramente rafforza questa immagine distorta, ma principalmente sono due i fattori che la determinano: il primo è che effettivamente una parte dell’attività di lobbying è svolta come pressione indebita, anche attraverso strumenti illegali, faccendieri tuttofare e corruzione. Il secondo è che culturalmente si tende a considerare l’interesse particolare sempre in conflitto con l’interesse generale.  In realtà il lobbying è semplicemente uno strumento e come tale, va connotato a seconda del tipo di utilizzo.  

In che modo portate avanti le vostre richieste rivolte ai decisori pubblici?

  Il lobbying è un’azione che rientra in una strategia molto più ampia: l’advocacy. La nostra attività di advocacy non è rivolta solamente ai decisori pubblici ma anche a media, aziende e alla società nel suo complesso. Quando affrontiamo una problematica che include una decisione di carattere politico costruiamo una strategia che preveda anche un’influenza istituzionale. Influenza che esercitiamo soprattutto attraverso il dialogo e l’incontro con i decisori pubblici, portando le nostre rivendicazioni e le nostre raccomandazioni. La svolgiamo su tutti i livelli decisionali, in Europa e anche sui territori, facendo partecipare agli incontri organizzati con le istituzioni locali i nostri gruppi di attivisti o le comunità che sosteniamo.  

Qual è il risultato più importante che avete ottenuto con il vostro “lobbismo buono”?

  Ce ne sono diversi e dipende molto dalla tipologia di raccomandazione o di richiesta. Ad esempio abbiamo ottenuto dei miglioramenti attraverso l’attività di lobbying in occasione della revisione delle direttive europee sull’utilizzo di biocarburanti. Decisioni che hanno un forte impatto non solo ambientale ma anche sociale nei paesi in via di sviluppo. Abbiamo impiegato tante energie in  attività di lobbying nel 2015 in Regione Lombardia, quando per la prima volta in Italia un’istituzione così importante discuteva di una legge sul diritto al cibo. Attraverso un dialogo molto intenso con tutti i gruppi consiliari, abbiamo elaborato delle proposte emendative che sono state poi accolte, rendendo concreto il nostro lavoro.  

Pensi che la classe politica, nei temi di vostro interesse, tenda a favorire i lobbisti di aziende private o grandi poteri economici? E, se sì, in che modo si potrebbe democratizzare il lobbying dando spazio a tutte le voci del tuo settore?

  Su alcuni temi che trattiamo entra più in gioco un problema di creazione della cultura istituzionale in quanto non c’è proprio l’interesse da parte del decisore pubblico sulla specifica materia. Quando però ci siamo trovati a lavorare su temi che creavano conflitto tra posizioni in campo, come sui biocarburanti, abbiamo avvertito un certo squilibrio delle parti, ad esempio in termini di risorse impiegate per l’attività di pressione. È stato davvero difficile per noi ottenere dei successi e inseguire la controparte considerando le enormi energie impiegate nella produzione di report e analisi a sostegno delle proprie posizioni.  

Con la nostra campagna sul lobbying stiamo chiedendo che questa pratica venga regolamentata anche in Italia: pensi sia importante che il Parlamento approvi una riforma in tal senso?

  Indubbiamente, la regolamentazione del lobbying  renderebbe riconoscibile e visibile – e quindi tracciabile e monitorabile – il lavoro dei portatori di interesse. La trasparenza è un elemento fondamentale per guardare a quello che accade ma bisogna stare attenti a non creare procedure troppo formali che in realtà finirebbero per irrigidire il processo decisionale e il confronto tra stakeholder e decisori pubblici.  

Che cosa dovrebbe prevedere questa regolamentazione?

  C’è bisogno di incentivare processi di dialogo e di consultazione con i lobbisti. Il Parlamento già si avvale di Audizioni non solo su provvedimenti specifici ma anche in generale per acquisire informazioni. Gli strumenti che aiutano, dunque, esistono già, ma bisogna affiancarli e potenziarli. Inoltre c’è davvero bisogno di  rendere espliciti i soggetti che intervengono nel processo decisionale e quali sono gli input che vengono raccolti dal decisore pubblico.

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