Dona

Campagna > in corso

Stop Conflitto di interessi

EmailTwitterFacebookWhatsApp

Firma ora per avere finalmente una legge che regoli il conflitto di interessi

Petizione diretta al Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico e al Parlamento

Petizione di

Organizzazione non profit

Come è possibile che Matteo Renzi, senatore e membro della Commissione difesa, venga pagato per fare parte del consiglio di una fondazione riconducibile a uno Stato estero, l’Arabia Saudita, colpevole di gravi abusi dei diritti umani? E che Pier Carlo Padoan, ex Ministro dell’economia, possa lasciare il Parlamento e la Commissione bilancio, in possesso di informazioni riservate capaci di alterare il mercato, per diventare presidente di UniCredit? Servono misure per garantire l’imparzialità e l’indipendenza dei nostri rappresentanti politici e per mettere fine al fenomeno dei “ricollocati”. Firma per una legge sul conflitto di interessi: dobbiamo proteggere i fondi del Recovery Fund e impedire che vengano usati per favorire parenti, lobby e gruppi di appartenenza invece che per il bene della collettività.

 

L’Italia ha bisogno urgentemente di una legge chiara ed efficace che affronti il conflitto di interessi. Il Parlamento si è dato da fare, sono state presentate proposte di legge del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico che cercano una volta per tutte di sanare una lacuna gravissima per il nostro Paese. Leggi imperfette e migliorabili, ma che almeno provano a squarciare un velo di silenzio che dura da troppo tempo. 

A breve arriveranno le risorse del Recovery Fund per aiutare la nostra economia ancora profondamente segnata dalla crisi provocata dalla pandemia: non possiamo permetterci di sprecare fondi destinati alla sanità, all’istruzione, alle imprese e rischiare che vengano dirottati verso attività illecite o che finiscano nelle tasche degli amici degli amici.

Chiediamo alla Commissione affari costituzionali della Camera, che il 6 ottobre 2020 ha provveduto ad adottare il testo base della legge, di riprendere immediatamente l’iter e far arrivare il testo in Aula. Non affrontare questo tema significa compromettere sempre di più il legame fra individui e comunità, perché dietro un comportamento corruttivo c’è sempre un conflitto di interessi. Se non ci muoviamo, il fenomeno della corruzione si normalizzerà sempre di più. 

La legge deve prevedere:

  • Chiare politiche di prevenzione, in grado di identificare tutti i potenziali conflitti di interessi personali o dei congiunti (ad esempio, quote societarie, interessi finanziari, ruoli e incarichi professionali ricoperti). Gli enti e le istituzioni devono stilare una lista precisa dei rischi, mentre gli eletti, e i nominati devono dichiarare gli interessi privati che potrebbero entrare in conflitto con la loro attività pubblica, pubblicando online un’autodichiarazione verificabile da tutti.
  • La definizione dei casi in cui il Ministro, il membro del Parlamento, il consigliere regionale, l’assessore comunale si debba astenere da votazioni o dal partecipare a processi decisionali. A volte, infatti, gli interessi personali sono così forti da interferire con le decisioni prese dai detentori di incarichi pubblici: in quel caso la pubblicazione dell’autodichiarazione di conflitto di interessi e il monitoraggio della cittadinanza non sono sufficienti a tutelare l’interesse pubblico.
  • Rimedi estremi per i casi più gravi: se gli interessi privati di un cittadino sono incompatibili con una funzione pubblica, a quel cittadino va impedito di rivestire un incarico pubblico. Vi sentireste a vostro agio se diventasse Ministro dei trasporti qualcuno che possiede quote di controllo di una compagnia di navigazione? E cosa pensereste di un funzionario comunale addetto ai servizi sociali la cui moglie dirige una importante cooperativa locale? Potrebbe sfavorire concorrenti scomodi e distorcere le buone pratiche del mercato. Certe volte occorrono rimedi forti per risolvere conflitti che possono danneggiare la reputazione delle istituzioni e che possono prefigurare passaggi corruttivi.
  • Vietare che parlamentari in carica possano ricevere compensi da Stati esteri o da enti finanziati da Paesi stranieri, regolando in maniera seria eventuali ospitalità, regali e favori: il Gruppo di Stati contro la Corruzione del Consiglio d’Europa ci chiede di farlo da anni. Il caso Renzi la dice lunga sulle conseguenze dell’assenza di regole chiare. Se adesso ci troviamo a scandagliare a ritroso i rapporti dell’ex presidente del consiglio con l’Arabia Saudita e a chiederci come mai la vendita di armi al Paese arabo sia stata interrotta proprio dopo il recente scandalo è perché i buchi della legislazione italiana permettono opacità inammissibili, illegali in molti altri Paesi.
  • Introdurre misure per frenare il fenomeno delle porte girevoli (revolving doors) in politica, ovvero la pratica sempre più frequente e pericolosa della “ricollocazione” di ex rappresentanti politici in ruoli apicali all’interno delle partecipate o di aziende private che operano in settori strategici o addirittura nelle vesti di lobbisti. Questi passaggi avvengono spesso nei settori direttamente collegati all’attività o al ruolo ricoperto dal politico durante il suo precedente mandato con le aziende private pronte ad accoglierlo ben felici di poter accedere al suo prezioso “bottino” di contatti e informazioni riservate. È sotto gli occhi di tutti come questo potrebbe incentivare le aziende ad assumere parlamentari o  ex ministri –  il caso dell’ex Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan passato a Unicredit lo dimostra – per ottenere un vantaggio rispetto ai propri concorrenti. In assenza di regole gli stessi politici possono favorire nel corso del mandato aziende o gruppi di pressione in cambio della promessa di futura ricollocazione. È necessario far passare un periodo di “raffreddamento” (cooling off), di almeno due anni, prima di poter effettuare il “salto” dal settore pubblico a quello privato per porre freno ai casi di conflitti di interesse e tutelare la libera concorrenza del mercato.

  • Prevedere sanzioni efficaci per chi fa dichiarazioni false, astenendosi dal rendere pubblici dati sui propri interessi privati (e di quelli dei congiunti), in potenziale contrasto con l’attività pubblica.

Dobbiamo pretendere che chi siede in parlamento, chi guida un ministero, chi amministra le nostra città e le nostre regioni lo faccia in maniera disinteressata, ponendo al centro del proprio lavoro l’interesse pubblico e non quello dell’azienda, degli amici, dei parenti, della corporazione o di qualche lobby.

Unisciti all’appello e firma la petizione!

In collaborazione con Il Fatto Quotidiano, abbiamo realizzato questo report per gettare luce sul fenomeno delle porte girevoli in Italia e in Europa.

Porte girevoli in Italia, Europa e resto del mondo: cambiano le regole ma il conflitto di interessi resta

Il fenomeno delle porte girevoli, conosciuto anche come revolving doors, è una delle più sottovalutate pratiche capaci di originare gravi casi di conflitto d’interessi. Si tratta di un fenomeno molto problematico che può seriamente compromettere l’integrità delle nostre istituzioni, dando luogo a favoritismi, privilegi e rendite di posizione, e minando il funzionamento dei processi democratici e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. 

Per revolving doors si intende il passaggio di politici come ex ministri, parlamentari, sottosegretari, così come di funzionari di enti di regolamentazione e manager di società pubbliche, dal ruolo pubblico a un incarico dirigenziale presso un ente privato o società partecipata (e viceversa). Qual è il problema? Il transito diretto dal settore pubblico al settore privato, oltre a impoverire la P.A. (che ha investito per formare risorse proprie), fa sì che il politico o il funzionario pubblico possa portare con sé informazioni preziose e avvalersi di una rete di relazioni che potrebbero avvantaggiare l’azienda o l’ente privato in cui è chiamato a svolgere il nuovo ruolo, compromettendo la neutralità del mercato. Questi passaggi sono problematici tanto più se avvengono nei settori direttamente collegati all’attività o al ruolo ricoperto dal politico o dal funzionario durante il suo precedente incarico: le aziende private sono pronte ad accoglierlo e ben felici di poter accedere al suo prezioso “bottino” di contatti influenti e di informazioni riservate. 

È fondamentale arginare le porte girevoli rendendo obbligatorio un periodo di raffreddamento, in cui ex ministri, eletti, nominati e figure apicali di società pubbliche, non possono assumere cariche dirigenziali in enti privati o svolgere attività di lobbying. La pratica internazionale prevede che questo periodo vada da un minimo di un anno fino a un massimo di tre anni a seconda dell’incarico che si è ricoperto. L’obiettivo ultimo è evitare che le porte girevoli possano dare luogo a privilegi e rendite di posizione che potrebbero facilitare un attore a svantaggio di tutti gli altri.Come evidenziato da un report di Transparency International (2015), l’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea privo di una normativa organica sul revolving doors. Lo stesso problema è stato segnalato negli ultimi mesi dal Commissario europeo alla Giustizia Didier Reynders in audizione alla Commissione Affari Costituzionali della Camera (24 febbraio); dalla Ministra alla Giustizia Marta Cartabia in Commissione Giustizia della Camera (15 marzo); dal GRECO, il gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa, riunitosi in plenaria il 29 marzo. Noi  di The Good Lobby denunciamo il problema da anni e abbiamo lanciato una petizione per regolare finalmente il conflitto di interessi e le porte girevoli. 

In questo rapporto analizziamo il sistema normativo italiano e i casi più clamorosi di porte girevoli nostrane, poi passeremo a esaminare il quadro regolatorio dell’Unione Europea e concluderemo con un’analisi comparativa a livello internazionale. 

Scarica il report PORTE GIREVOLI

FIRMA LA PETIZIONE