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Stop Conflitto di interessi

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Firma ora per avere finalmente una legge che regoli il conflitto di interessi

Petizione diretta al Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico e al Parlamento

Petizione di

Organizzazione non profit

Come è possibile che Daniela Santanché, comproprietaria di uno stabilimento balneare, sia stata nominata ministro del Turismo? O che Guido Crosetto, ex consulente per il settore armamenti, sia a capo della Difesa e che Elvira Calderone, con più di un legame nel campo della consulenza alle imprese, presieda il Dicastero del Lavoro? Ma ancor prima di loro: come è possibile che Matteo Renzi, senatore e ex membro della Commissione difesa, sia stato pagato per far parte del consiglio di una fondazione riconducibile all’Arabia Saudita, Paese colpevole di gravi abusi dei diritti umani? E che Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia, abbia potuto lasciare il Parlamento e la Commissione bilancio, in possesso di informazioni riservate capaci di alterare il mercato, per diventare presidente di UniCredit? Servono misure per garantire l’imparzialità e l’indipendenza dei nostri rappresentanti politici e per mettere fine al fenomeno dei “ricollocati”. Firma per una legge sul conflitto di interessi: dobbiamo proteggere i fondi pubblici e impedire che vengano usati per favorire parenti, lobby e gruppi di appartenenza invece che per il bene della collettività.

L’Italia ha bisogno urgentemente di una legge chiara ed efficace che affronti il conflitto di interessi. 

Le risorse del Recovery Fund servono per aiutare la nostra economia ancora profondamente segnata dalla crisi provocata dalla pandemia: non possiamo permetterci di sprecare fondi destinati alla sanità, all’istruzione, alle imprese e rischiare che vengano dirottati verso attività illecite o che finiscano nelle tasche degli amici degli amici.

Non affrontare questo tema significa compromettere sempre di più il legame fra individui e comunità, perché dietro un comportamento corruttivo c’è sempre un conflitto di interessi. Se non ci muoviamo, il fenomeno della corruzione si normalizzerà sempre di più. 

La legge deve prevedere:

  • Chiare politiche di prevenzione, in grado di identificare tutti i potenziali conflitti di interessi personali o dei congiunti (ad esempio, quote societarie, interessi finanziari, ruoli e incarichi professionali ricoperti). Gli enti e le istituzioni devono stilare una lista precisa dei rischi, mentre gli eletti, e i nominati devono dichiarare gli interessi privati che potrebbero entrare in conflitto con la loro attività pubblica, pubblicando online un’autodichiarazione verificabile da tutti.
  • La definizione dei casi in cui il Ministro, il membro del Parlamento, il consigliere regionale, l’assessore comunale si debba astenere da votazioni o dal partecipare a processi decisionali. A volte, infatti, gli interessi personali sono così forti da interferire con le decisioni prese dai detentori di incarichi pubblici: in quel caso la pubblicazione dell’autodichiarazione di conflitto di interessi e il monitoraggio della cittadinanza non sono sufficienti a tutelare l’interesse pubblico.
  • Rimedi estremi per i casi più gravi: se gli interessi privati di un cittadino sono incompatibili con una funzione pubblica, a quel cittadino va impedito di rivestire un incarico pubblico. Vi sentireste a vostro agio se diventasse Ministro dei trasporti qualcuno che possiede quote di controllo di una compagnia di navigazione? E cosa pensereste di un funzionario comunale addetto ai servizi sociali la cui moglie dirige una importante cooperativa locale? Potrebbe sfavorire concorrenti scomodi e distorcere le buone pratiche del mercato. Certe volte occorrono rimedi forti per risolvere conflitti che possono danneggiare la reputazione delle istituzioni e che possono prefigurare passaggi corruttivi.
  • Vietare che parlamentari in carica possano ricevere compensi da Stati esteri o da enti finanziati da Paesi stranieri, regolando in maniera seria eventuali ospitalità, regali e favori: il Gruppo di Stati contro la Corruzione del Consiglio d’Europa ci chiede di farlo da anni. Il caso Renzi la dice lunga sulle conseguenze dell’assenza di regole chiare. Se adesso ci troviamo a scandagliare a ritroso i rapporti dell’ex presidente del consiglio con l’Arabia Saudita e a chiederci come mai la vendita di armi al Paese arabo sia stata interrotta proprio dopo il recente scandalo è perché i buchi della legislazione italiana permettono opacità inammissibili, illegali in molti altri Paesi.
  • Introdurre misure per frenare il fenomeno delle porte girevoli (revolving doors) in politica, ovvero la pratica sempre più frequente e pericolosa della “ricollocazione” di ex rappresentanti politici in ruoli apicali all’interno delle partecipate o di aziende private che operano in settori strategici o addirittura nelle vesti di lobbisti. Questi passaggi avvengono spesso nei settori direttamente collegati all’attività o al ruolo ricoperto dal politico durante il suo precedente mandato con le aziende private pronte ad accoglierlo ben felici di poter accedere al suo prezioso “bottino” di contatti e informazioni riservate. È sotto gli occhi di tutti come questo potrebbe incentivare le aziende ad assumere parlamentari o  ex ministri –  il caso dell’ex Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan passato a Unicredit lo dimostra – per ottenere un vantaggio rispetto ai propri concorrenti. In assenza di regole gli stessi politici possono favorire nel corso del mandato aziende o gruppi di pressione in cambio della promessa di futura ricollocazione. È necessario far passare un periodo di “raffreddamento” (cooling off), di almeno due anni, prima di poter effettuare il “salto” dal settore pubblico a quello privato per porre freno ai casi di conflitti di interesse e tutelare la libera concorrenza del mercato.

  • Prevedere sanzioni efficaci per chi fa dichiarazioni false, astenendosi dal rendere pubblici dati sui propri interessi privati (e di quelli dei congiunti), in potenziale contrasto con l’attività pubblica.

Dobbiamo pretendere che chi siede in parlamento, chi guida un ministero, chi amministra le nostra città e le nostre regioni lo faccia in maniera disinteressata, ponendo al centro del proprio lavoro l’interesse pubblico e non quello dell’azienda, degli amici, dei parenti, della corporazione o di qualche lobby.

Unisciti all’appello e firma la petizione!

Il conflitto d’interessi avviene quando un funzionario pubblico, o un politico eletto, ha degli interessi privati che possono scontrarsi con l’interesse pubblico e quindi andare in conflitto coi principi della nostra Costituzione di buon andamento e imparzialità dell’azione amministrativa. In poche parole abbiamo un conflitto di interessi quando  gli interessi personali di un decisore riescono ad avere la meglio sugli interessi della collettività  durante un processo decisionale o quando rischiano di farlo. Nel nostro Paese ci sono tantissimi casi concreti di conflitti di interessi, come quello del sindaco di Venezia Brugnaro che cerca di costruire un canale e un’area ormeggio sui suoi terreni, quello di Daniela Santanché, al contempo Ministra del Turismo e comproprietaria di uno stabilimento balneare di lusso, il Twiga.

Sono molti gli interessi privati di politici e decisori che possono entrare in conflitto con l’interesse pubblico. Pensate agli interessi di tipo finanziario, tipo quando il politico di turno sceglie di salvare fra le banche in crisi  proprio quella del padre di un collega di partito.

Poi ci possono essere interessi economici, che spingono a scegliere la ditta del vicino di casa nella gara d’appalto per la manutenzione stradale. Se poi chi sceglie intasca anche una parte di soldi pubblici siamo davanti ad un vero e proprio caso di corruzione. Infatti si dice che spesso i conflitti di interessi sono l’anticamera della corruzione.

Esistono anche i conflitti di interessi collegati ai legami di parentela e amicizia:  come dare l’appalto per la produzione di camici per gli ospedali a un cognato o rilasciare un permesso di costruire un grattacielo su un’area verde all’amico d’infanzia. 

Un altro esempio rilevante ci arriva dall’area dei finanziamenti alla politica americana. Proprio in questo momento il senatore democratico americano Joe Manchin sta bloccando l’ambizioso piano di transizione ecologica di Biden perché le industrie petrolifere e del carbone l’hanno sostenuto economicamente nell’ultima campagna elettorale e lo faranno anche in quella del 2024.

In Italia non abbiamo una legge sul conflitto d’interessi ma varie norme frammentate, e poco efficaci, come purtroppo spesso succede nel nostro Paese. Se a questo punto vi state chiedendo cosa servirebbe per prevenire il conflitto d’interessi, la risposta è una buona legge. 

Questa legge prima di tutto dovrebbe prevedere chiare politiche di prevenzione, che ci permettano  di identificare tutti i potenziali conflitti di interessi personali di politici e decisori e quelli dei loro congiunti. Stiamo parlando di quote societarie, interessi finanziari, ruoli e incarichi professionali ricoperti. Questo significa concretamente che i vari enti e  istituzioni devono stilare una lista precisa dei rischi di conflitti di interessi, mentre i politici eletti  eletti e i decisori nominati per un ruolo pubblico devono dichiarare gli interessi privati che potrebbero entrare in conflitto con la loro attività pubblica, pubblicando online un’autodichiarazione verificabile da tutti.

Una buona legge poi deve definire bene i casi in cui il politico eletto deve astenersi dalle votazioni o dai processi decisionali a causa dei propri conflitti di interessi. Deve anche prevedere che in alcuni casi rivestire un incarico pubblico sia impossibile: capite bene che al proprietario di una compagnia di navigazione non dovrebbe essere permesso di  fare il Ministro dei trasporti!

Chiudiamo le raccomandazioni con un paio di punti. Serve il divieto per i parlamentari in carica di ricevere compensi da stati esteri o da enti finanziati da Paesi stranieri. E ultima cosa, ma non meno importante, abbiamo bisogno di misure per fermare il fenomeno delle porte girevoli fra politica e affari

Le porte girevoli, in inglese revolving doors, sono un fenomeno molto ricorrente nella politica italiana e internazionale che fa parte della sfera del conflitto d’interessi. In pratica quando si parla di porte girevoli si descrive il comportamento di  politici, tipo ministri-sottosegretari-parlamentari-funzionari pubblici, che vanno a lavorare per un ente privato una volta terminato il proprio mandato pubblico oppure che si dimettono per passare al privato. Che problema c’è? Vi starete chiedendo. Uno non può mica fare il politico per tutta la vita, no? Certo, chi ha un incarico pubblico, soprattutto se è stato eletto, ha tutto il diritto di lavorare nel privato ma dipende che lavoro fa. Per esempio se uno vuole aprirsi un ristorante diciamo subito che problemi non ce ne sono. Invece, se un ex ministro dell’Economia diventa presidente di una delle maggiori banche italiane rischia di compromettere il mercato perché ha esaminato dossier riservati, ha scritto le regole del settore, e ha conoscenze personalmente politici e dirigenti pubblici e può quindi favorire il proprio gruppo bancario. 

Pensate che io abbia esagerato con l’esempio? Bè, è quello che è successo con il passaggio dell’ex ministro Pier Carlo Padoan a Unicredit nel 2020. 

Altri casi  problematici  sono quelli in cui un politico o un funzionario lasciano il loro incarico per decida di diventare lobbisti per un ente privato. Ad esempio nel 2020 Aura Salla da membro del gabinetto del vicepresidente della Commissione europea Katainen è passata direttamente a lobbista per gli Affari europei a Facebook. La Salla si era occupata di sicurezza informatica, disinformazione, difesa europea e interferenze durante le elezioni. Tutti temi sui quali Facebook è chiamata in causa. Vi sembra giusto, ora? 

Come per  ogni problema, esiste una soluzione: un periodo di raffreddamento, o cooling off, di almeno 2 anni. In pratica il Ministro-sottosegretario-parlamentare-funzionario a fine mandato, prima di svolgere attività di lobbying o sedersi nei direttivi di grandi enti privati che potrebbero essere in conflitto con l’attività pubblica svolta in precedenza, aspetta un paio d’anni. Questo periodo, durante il quale ovviamente la persona in causa riceve uno stipendio, serve per “far raffreddare”i dossier istituzionali riservati e le varie bozze di legge lasciate in sospeso. In Italia non è previsto una legge chiara sul periodo di raffreddamento se non la Legge Severino ma solo per i dipendenti della pubblica amministrazione. In quasi tutti i Paesi europei invece sì e addirittura il Canada ha un cooling off di 5 anni.

In collaborazione con Il Fatto Quotidiano, abbiamo realizzato questo report per gettare luce sul fenomeno delle porte girevoli in Italia e in Europa.

Porte girevoli in Italia, Europa e resto del mondo: cambiano le regole ma il conflitto di interessi resta

Il fenomeno delle porte girevoli, conosciuto anche come revolving doors, è una delle più sottovalutate pratiche capaci di originare gravi casi di conflitto d’interessi. Si tratta di un fenomeno molto problematico che può seriamente compromettere l’integrità delle nostre istituzioni, dando luogo a favoritismi, privilegi e rendite di posizione, e minando il funzionamento dei processi democratici e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. 

Per revolving doors si intende il passaggio di politici come ex ministri, parlamentari, sottosegretari, così come di funzionari di enti di regolamentazione e manager di società pubbliche, dal ruolo pubblico a un incarico dirigenziale presso un ente privato o società partecipata (e viceversa). Qual è il problema? Il transito diretto dal settore pubblico al settore privato, oltre a impoverire la P.A. (che ha investito per formare risorse proprie), fa sì che il politico o il funzionario pubblico possa portare con sé informazioni preziose e avvalersi di una rete di relazioni che potrebbero avvantaggiare l’azienda o l’ente privato in cui è chiamato a svolgere il nuovo ruolo, compromettendo la neutralità del mercato. Questi passaggi sono problematici tanto più se avvengono nei settori direttamente collegati all’attività o al ruolo ricoperto dal politico o dal funzionario durante il suo precedente incarico: le aziende private sono pronte ad accoglierlo e ben felici di poter accedere al suo prezioso “bottino” di contatti influenti e di informazioni riservate. 

È fondamentale arginare le porte girevoli rendendo obbligatorio un periodo di raffreddamento, in cui ex ministri, eletti, nominati e figure apicali di società pubbliche, non possono assumere cariche dirigenziali in enti privati o svolgere attività di lobbying. La pratica internazionale prevede che questo periodo vada da un minimo di un anno fino a un massimo di tre anni a seconda dell’incarico che si è ricoperto. L’obiettivo ultimo è evitare che le porte girevoli possano dare luogo a privilegi e rendite di posizione che potrebbero facilitare un attore a svantaggio di tutti gli altri.Come evidenziato da un report di Transparency International (2015), l’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea privo di una normativa organica sul revolving doors. Lo stesso problema è stato segnalato negli ultimi mesi dal Commissario europeo alla Giustizia Didier Reynders in audizione alla Commissione Affari Costituzionali della Camera (24 febbraio); dalla Ministra alla Giustizia Marta Cartabia in Commissione Giustizia della Camera (15 marzo); dal GRECO, il gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa, riunitosi in plenaria il 29 marzo. Noi  di The Good Lobby denunciamo il problema da anni e abbiamo lanciato una petizione per regolare finalmente il conflitto di interessi e le porte girevoli. 

In questo rapporto analizziamo il sistema normativo italiano e i casi più clamorosi di porte girevoli nostrane, poi passeremo a esaminare il quadro regolatorio dell’Unione Europea e concluderemo con un’analisi comparativa a livello internazionale. 

Scarica il report PORTE GIREVOLI

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