22 Settembre 2020

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Cosa è successo dal lancio della campagna Io Voto Fuori Sede?

Le prime risposte della politica al nostro appello

di The Good Lobby

Oltre 16.000 persone hanno firmato la petizione lanciata online meno di 20 giorni fa da Io Voto Fuori Sede e The Good Lobby e alcune forze politiche hanno accolto il nostro appello, riservando a studenti e lavoratori fuori sede la possibilità di diventare rappresentante di lista, così da poter esercitare il voto nel seggio in cui si era chiamati a vigilare sulle operazioni di voto. Tra queste si segnala l’impegno di Europa Verde e soprattutto di Più Europa (il partito ispirato da Emma Bonino) che ha dato la possibilità a più di 500 cittadini di poter partecipare al referendum sul taglio dei parlamentari. Certo, fare il rappresentante di lista è una bella esperienza, ma dovrebbe essere una scelta libera e non un “espediente” per poter esercitare il diritto al voto. 

Non è possibile immaginare che fare il rappresentante di lista sia l’unica soluzione offerta dalla politica ed è per questo che molti elettori hanno manifestato la volontà di unirsi al ricorso che verrà presentato in più tribunali per chiedere un rimborso delle spese sostenute per raggiungere il seggio in occasione del referendum costituzionale. Un primo ricorso analogo, in realtà, è stato già presentato dal alcuni elettori con il supporto di Io Voto Fuori Sede in occasione delle politiche del 2018 e sarà discusso dinanzi al Tribunale Civile di Palermo nel mese di Ottobre. I ricorsi hanno  l’obiettivo di raggiungere  la Corte Costituzionale, affinché ristabilisca un principio democratico sancito dalla nostra Costituzione. Un’azione che verrà portata avanti nei prossimi mesi e che servirà a spingere le forze politiche ad inserire questa riforma all’interno di quella sulla legge elettorale. 

Senza scomodare la legge elettorale, però, in Parlamento sono già presenti delle soluzioni pronte per essere approvate: un emendamento presentato al Senato dal M5S al dl Agosto, che riprende la proposta contenuta nella pdl Nesci, addirittura già approvata alla Camera nel 2018 e ora ferma al Senato.

Le due proposte prevedono che i cittadini fuori sede dichiarino al proprio comune di residenza, entro 30 giorni dalla consultazione elettorale, che intendono esercitare il diritto di voto presso un altro comune in cui si trovano per ragioni di studio, di lavoro o per ricevere cure mediche. All’elettore sarà rilasciata un’attestazione di ammissione al voto da presentare nella sezione assegnata in cui poter votare. Un meccanismo semplice, previsto però solamente in occasione dei referendum, che potrebbe essere facilmente applicato anche per le elezioni politiche.

Nelle ultime ore, con un post sulla sua pagina Facebook, il Presidente della Commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia (M5S), ha annunciato di aver depositato un’interrogazione alla ministra Lamorgese sul tema del voto per i fuori sede. La soluzione proposta dall’on. Brescia è quella di far partire subito la sperimentazione sul voto elettronico mirata ai cittadini ostacolati ad esercitare il diritto al voto, ricordando che è stato già stanziato 1 milione di euro. Il test per il voto elettronico era già stato previsto in vista del referendum e chiede che sia adottato il decreto ministeriale di cui c’è bisogno per farla partire: “Bisogna adottarlo quanto prima e rispettare la volontà del Parlamento. Il governo non può fare diversamente! Servono soluzioni nuove a problemi vecchi, ancora irrisolti.”

Ecco, il lancio della campagna è servito a smuovere un po’ le acque intorno a questo tema ma la nostra battaglia per garantire a tutti i cittadini di esercitare, liberamente, senza costi e senza sacrificare il proprio lavoro, il diritto al voto è appena iniziata. 

Fermiamo questa ingiustizia, firma anche tu per garantire il diritto di voto ai cittadini in mobilità.

 

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