10 Novembre 2020

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Il digitale ha ridotto la distanza tra politica e società civile?

In questi mesi di pandemia ci siamo abituati a svolgere sempre più attività da remoto e anche l’interazione con i politici e lobbisti si è spostata sulle piattaforme digitali, su whatsapp, al telefono. La seconda puntata di “Come cambia il lobbismo? Un viaggio nella rappresentanza degli interessi, tra vecchi riti e nuove prospettive di partecipazione”

di The Good Lobby

Gli interessi “particolari” si organizzano sempre di più per rappresentarsi in maniera efficace e professionale e il rischio è che gli interessi generali e comuni siano poco ascoltati. Ma l’utilizzo delle tecnologie digitali nell’interazione con i decisori pubblici è riuscito a ridurre la distanza tra politica e società civile?

Ne abbiamo discusso, trattando i diversi aspetti del lobbying e della trasparenza dei processi decisionali, nell’intervista a puntate “Come cambia il lobbismo? Un viaggio nella rappresentanza degli interessi, tra vecchi riti e nuove prospettive di partecipazione” rilasciata in esclusiva sul nostro blog da quattro esperti del mondo accademico internazionale: Michele Crepaz dell’Università di Galway, Fabrizio De Francesco dell’Università di Glasgow, Raj Chari del Trinity College di Dublino e Philipp Trein dell’Università di Ginevra.

Ecco cosa ci hanno risposto.


Interessi pubblici Vs interessi economici privati

È dimostrato come pochi rappresentanti di interesse generalmente abbiano maggiore opportunità di farsi ascoltare (sono i cosiddetti “addetti ai lavori”) mentre la maggior parte  sono “turisti” occasionali nel processo decisionale. La distinzione più comune nello studio della rappresentanza degli interessi è quella tra interessi pubblici e interessi economici privati e tutte le informazioni disponibili suggeriscono che questi ultimi hanno vantaggi in termini di risorse rispetto ai primi. In generale, le risorse finanziarie e umane offrono alle organizzazioni imprenditoriali e alle imprese un vantaggio in termini di lobbying rispetto alle ONG, basato, ad esempio, sulla capacità di sviluppare e mantenere un dipartimento per gli affari governativi più ampio e più professionalizzato o di investire di più nella formazione tecnica e politica. Il rischio che tali vantaggi si traducano in un’esclusione degli interessi pubblici dal processo decisionale è reale e i governi devono prenderne atto. La recente indagine InterCov (rappresentazione degli interessi in Covid-19 times – Junk, Crepaz, Hanegraaff, Berkhout e Aizenberg 2020) ci può servire a capire meglio.

Tra giugno e luglio 2020, il gruppo di ricerca ha intervistato ca. 1.400 organizzazioni in dieci democrazie europee, Italia compresa. Ha rilevato che le interruzioni causate dalla pandemia sono state più gravi per l’attività di lobbying delle ONG rispetto a quella delle organizzazioni imprenditoriali e professionali. Il 26% delle ONG intervistate ha dovuto interrompere la propria attività di advocacy a causa del Covid-19, il 25% ha subito una diminuzione nell’accesso ai processi decisionali pubblici rispetto al periodo pre-crisi. Nel complesso, osserviamo che questi interessi pubblici hanno avuto meno voce in capitolo nel processo decisionale rispetto agli interessi economici e professionali durante la crisi. Se prolungati, tali svantaggi per le ONG potrebbero significare che alcune aree tematiche di interesse pubblico, come la protezione ambientale o i diritti umani, diventino meno prioritarie nei piani politici per il futuro.

Per questi motivi, è importante che i governi si interroghino e rivalutino continuamente se il processo decisionale stia raggiungendo il “giusto” equilibrio tra esigenze economiche e interessi pubblici, anche in tempi di crisi sanitaria ed economica. Se concepite per promuovere la partecipazione, le normative sul lobbismo – combinate con un serio sforzo da parte dei governi per promuovere l’inclusione nel processo decisionale – potrebbero rappresentare un utile strumento politico per ridurre  la polarizzazione nella rappresentanza degli interessi.

La digitalizzazione del lobbying

Una rapida analisi delle fonti di dati esistenti suggerisce che con la “digitalizzazione” dell’attività di lobbying non è cambiato molto nell’accesso ai decisori. Guardando innanzitutto i dati dell’Irish Lobbying Register, ad esempio, non si nota un calo evidente dell’attività di lobbying complessiva nei mesi tra marzo e settembre. Passando al registro europeo per la trasparenza, emerge un leggero calo delle registrazioni a marzo 2020, ma la tendenza al ribasso si inverte di nuovo a giugno. Risultati simili si possono trovare consultando il registro volontario gestito dal Ministero dello Sviluppo Economico. Ovviamente non si può dire lo stesso del registro della Camera dei Deputati, che collega l’iscrizione a una tessera di ingresso per l’accesso ai locali della Camera. Regolamenti come questo mostrano chiaramente i propri limiti con l’aumento del lobbismo digitale.

Infine, la recente indagine InterCov ha rilevato che il passaggio al lobbismo online è stato agevole per il 68% delle organizzazioni intervistate (67% in Italia). Tuttavia, secondo il 50% degli intervistati è più difficile raggiungere per via digitale i destinatari delle proprie attività, il che è la prova di una qualche forma di disagio. Fortunatamente, solo l’11% considera inefficace il lobbismo online.

Sulla base di questi dati, riteniamo che ci siano delle basi solide per procedere in questa direzione. Tuttavia,  il passo tra lobbying online e  trasparenza è più lungo di quanto si possa pensare. Esistono una moltitudine di strumenti digitali che possono essere utilizzati per comunicare con i responsabili delle decisioni e la tracciabilità non è semplice. Inoltre, il lobbying online può, in alcuni casi, rimanere inosservato facendo emergere le gravi lacune della regolamentazione del  lobbismo. Il governo scozzese, ad esempio, sta attualmente valutando la possibilità di abolire la scappatoia normativa  che permette ai lobbisti di evitare di segnalare l’attività se l’interazione online con i responsabili delle decisioni avviene in assenza di video.
Questo esempio mostra che il lobbismo online non si traduce automaticamente in democratizzazione del lobbismo. I decisori – e tutte le parti interessate coinvolte – dovranno prestare notevole attenzione alle disposizioni che riguardano l’attività di lobbying (online) e le modalità con cui viene svolta. 

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