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10 Luglio 2021

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Il lobbying che cerca di evitare le responsabilità globali delle aziende

Che si tratti di deforestazione attraverso l'uso di olio di palma, del lavoro minorile nelle piantagioni di cacao, dell'accelerazione del cambiamento climatico causato da processi industriali, o delle pessime condizioni di lavoro nell'industria dell’estrazione del marmo, nelle filiere globali di produzione si verificano abusi dei diritti umani e danni all’ambiente.

di Priscilla Robledo

Per questo motivo, fin dall’aprile 2020, il Commissario europeo per la giustizia Didier Reynders si è impegnato in un‘iniziativa legislativa che imporrà alle aziende europee la cosiddetta “dovuta diligenza (due diligence) al rispetto dei diritti umani e dell’ambiente”. In altre parole, le imprese che operano su mercati globali dovranno identificare, prevenire, mitigare e rendere conto degli impatti negativi delle loro attività o di quelle delle loro filiali, subappaltatori e fornitori.

La legislazione UE sulla due diligence obbligatoria migliorerebbe l’impatto sull’ambiente e sui diritti umani delle imprese con sede nell’UE in tutto il mondo, sia perché istituirebbe precisi obblighi in tal senso, sia perché introdurrebbe anche misure sulla responsabilità civile in caso di mancato o incompleto adempimento a tali obblighi.

Per fare ciò tuttavia, è essenziale che la legge sia efficace, prevedendo per esempio: l’estensione degli obblighi di verifica all’intera catena di fornitura (in altre parole, devono andare oltre i fornitori di primo livello), l’accesso a tribunali nei paesi d’origine delle multinazionali per le vittime (in altre parole, i lavoratori di paesi terzi potrebbero fare causa in un paese dell’Unione europea), forti sanzioni. Non sorprende, dunque, che le aziende stiano esercitando forti pressioni per evitare che ciò avvenga.

Nel marzo 2021, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che appoggia la normativa in questione. La posta in gioco per le persone e per il pianeta è alta, ma dato che è in gioco anche la ridefinizione di interi modelli di business in ogni settore merceologico,  l’attività di lobbying su questo dossier è intensa. Un rapporto di Friends of the Earth recentemente pubblicato ha fatto luce su questa attività di lobbismo, analizzando dozzine di documenti interni di lobbying della DG Giustizia recuperati mediante richieste FOI (Freedom of Information) e le attività di lobbying nei confronti del Parlamento europeo, rivelando le tattiche e gli argomenti utilizzati da queste aziende, sia pubblicamente che dietro le quinte. Vediamo insieme che cosa emerge da questo rapporto.

Alcune lobby di grandi imprese non fanno segreto di voler ostacolare la legge, ma queste sono certamente meno pericolose di quelle che pubblicamente sostengono la legislazione, mentre dietro le quinte fanno pressione per indebolirla, cercando di limitare o addirittura vietare le previsioni sulla responsabilità e sull’accesso alla giustizia. Le proposte che provengono da queste lobby si concentrano invece sulla previsione di “incentivi positivi” per le aziende a fare la cosa giusta, ed enfatizzano il fatto di evitare un approccio “punitivo”, cioè con gravi conseguenze per le aziende coinvolte in violazioni dei diritti umani.

I lobbisti aziendali invocano  misure “pragmatiche” e “fattibili”, spesso eufemismi per introdurre limitazioni concrete alla legge, per esempio riducendo gli obblighi di due diligence alla verifica del primo livello di fornitura (cioè ai fornitori diretti di un’azienda). Inoltre, la richiesta persistente delle lobby industriali è quella di continuare ad adottare modelli di RSI (responsabilità sociale di impresa, o in inglese CSR) volontari – anche se questi si sono evidentemente dimostrati inefficaci – o riconoscere legislativamente gli schemi di RSI esistenti.

Ci sono diverse tattiche per ostacolare l’approvazione di una legge non gradita. Nell’ottobre 2020, il gigante agrochimico Bayer ha sponsorizzato un dibattito del sito di news Politico sull’argomento, in tal modo posizionandosi pubblicamente come un interlocutore e promotore di tale legislazione. All’evento il capo della Bayer ha sostenuto che le aziende hanno influenza solo sul primo livello di fornitura, e ha sostenuto che l’UE non dovrebbe allargare troppo il quadro della sua azione, ma anzi dovrebbe circoscriverlo ai diritti umani “anziché giocherellare” e inserire altre cose. Altre cose… come l’ambiente? Non c’è da meravigliarsi che Bayer, produttore di OGM dipendenti dagli erbicidi e pesticidi responsabili della morte su larga scala degli impollinatori, non voglia che l’UE la obblighi a condurre una due diligence ambientale.

Nel periodo precedente e durante la consultazione pubblica della Commissione (ottobre 2020 – febbraio 2021), la società di lobby Hanover Communications ha invitato il DG Giustizia a parlare ad un incontro online a porte chiuse sulla corporate governance sostenibile e la due diligence,. Il pubblico di questo webinar, rigorosamente su invito, era composto da “15-20 rappresentanti senior di varie società, associazioni e altre organizzazioni interessate”. In tale contesto Hanover ha dichiarato che l’industria nel suo complesso è d’accordo con le regole obbligatorie, ma “chiede un approccio più pragmatico, basato sul miglioramento pratiche esistenti” (leggi: modellato sulle inefficaci misure di RSI già messe in atto dalle imprese).

Sempre Hanover ha avuto modo di incontrare, nel gennaio 2021, il DG Giustizia insieme alle aziende Inditex e Umicore. In questo meeting, Hannover ha rappresentato che “l’onere amministrativo e la burocrazia sono assolutamente da evitare” (in altre parole: prevenire e correggere gli abusi ai diritti umani e all’ambiente è troppo oneroso), e che un approccio in cui le aziende sviluppano “processi per identificare e mitigare rischi” nelle loro catene del valore è preferibile a uno che impone “regimi di responsabilità rigorosi” (in altre parole: non riteneteci legalmente responsabili, lo faremo comunque… promesso!). 

Le aziende che Hanover ha accompagnato all’incontro con il DG Giustizia non hanno un bel cursus honorum:  Inditex (che detiene il marchio Zara) è stata recentemente sotto pressione per aver rimosso una dichiarazione che aveva precedentemente pubblicato sul proprio sito contro il lavoro forzato nello Xinjiang, regione cinese produttrice di cotone, dove sono stati commessi sistematici abusi dei diritti umani contro la popolazione uigura (documentati anche da emissari delle Nazioni Unite). Il commerciante di metalli e miniere Umicore – accusato di aver acquistato cobalto dalle miniere congolesi dove sono morti bambini lavoratori – non è un cliente di Hannover, ma il Nickel Institute, di cui è membro, ha pagato all’azienda fino a 200.000 euro nel 2020.

La lobby francese delle grandi imprese AFEP, di cui Total è un membro del consiglio di amministrazione, ha affermato che la definizione dell’UE di due diligence non dovrebbe includere il cambiamento climatico, sostenendo che non è possibile “attribuire la responsabilità” o “definire la dovuta diligenza sul cambiamento climatico per una specifica azienda”. Si dà il caso che Total è sotto processo in Francia per aver co-causato cambiamenti climatici in Francia e nel mondo: la causa è stata intrapresa da un gruppo di ONG ambientaliste alle quali il Giudice Istruttore ha preliminarmente dato ragione.

Cosa ci dice questo rapporto? Che il diavolo è, come sempre, nei dettagli:  le aziende non diranno mai apertamente che hanno intenzione di sottrarsi alle responsabilità che hanno nei confronti delle persone e dell’ambiente, ma privatamente utilizzeranno ogni tattica in loro potere per indebolire le leggi che impongono obblighi in tal senso. E’ possibile sapere quali sono queste tattiche solo grazie alle richieste FOI. Per questo è importante battersi per la trasparenza del lobbying ed esercitare la cittadinanza attiva.

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