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5 Agosto 2026

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Un ombrello bucato non protegge nessuno

Cosa sta succedendo al decreto anti-SLAPP, perché riguarda molte più persone di quante si pensi e cosa si può ancora fare

di Andi Shehu

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Nel maggio del 2025 due cittadini di Pesaro hanno firmato un esposto. Segnalavano i rischi di un impianto di stoccaggio di gas liquido costruito in un’area abitata. Il mese dopo si sono visti arrivare una richiesta di risarcimento da due milioni di euro e una querela per diffamazione aggravata. Non erano giornalisti, non avevano una redazione né un ufficio legale alle spalle. Avevano osato dire qualcosa in pubblico. 

Quella si chiama SLAPP: strategic lawsuit against public participation, azione legale strategica contro la partecipazione pubblica. In italiano si capisce meglio chiamandola per quello che fa: una causa che non serve a vincere ma a impaurire. 

Chi la promuove spesso sa benissimo che perderà. Ma sa anche che nei tre o quattro anni necessari ad arrivare a una sentenza tu paghi l’avvocato, prendi ferie per le udienze, vivi sotto la paura di una condanna. Non solo, la prossima volta, prima di firmare un esposto, prima di pubblicare un’inchiesta, prima denunciare un abuso, ci penserai due volte. 

L’Italia è il primo Paese in Europa per numero di casi del genere documentati per il secondo anno consecutivo. Spesso i protagonisti sono politici che vogliono silenziare giornalisti o aziende che vogliono silenziare chi denuncia danni ambientali. 

 

 

La legge che dovrebbe fermarlo

 

Nel 2024 l’Unione europea ha approvato una direttiva contro le SLAPP. In molti la chiamano «legge Daphne», dal nome di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa con un’autobomba nel 2017: quando è morta aveva decine di cause di questo tipo pendenti. 

L’Italia avrebbe dovuto recepirla entro il 7 maggio 2026 ma non l’ha fatto. Il 15 luglio la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione. Il Governo ha presentato lo schema di decreto il 9 luglio e da allora il testo è in Parlamento. Il problema è cosa c’è scritto dentro. 

Lo schema di decreto del Governo riconosce le nuove garanzie solo alle cause civili e solo se hanno un elemento transfrontaliero. Tuttavia, in Italia la diffamazione è ancora un reato, mentre in gran parte d’Europa è stata depenalizzata. Da noi, infatti, l’arma classica per intimidire non è la citazione civile ma la querela penale. Inoltre, un ministro italiano che fa causa a un quotidiano italiano non contiene elementi transfrontalieri necessari per avere le tutele. Non è un caso che le SLAPP transfrontaliere censite siano meno di una su dieci. 

Prendiamo il caso del comico Daniele Fabbri. In una puntata del 2021 del suo podcast satirico elencava gli epiteti non sessisti rivolti a Giorgia Meloni da un docente universitario; fra questi, «puzzona». Oggi è imputato per diffamazione e la Presidente del Consiglio si è costituita parte civile chiedendo 20.000 euro. Un processo penale fra due persone che vivono in Italia. Quindi verrebbe escluso due volte dalle tutele. 

 

 

Non è tutta colpa di Roma 

 

Bruxelles poteva fare di più? L’Unione europea può legiferare in materia di giustizia solo dove i trattati glielo consentono: in questo caso la competenza si ferma alla cooperazione civile fra Stati diversi. Non copre le cause interne e non copre il penale. Non è una scelta politica ma un limite tecnico. 

Proprio per questo la direttiva dice espressamente di essere uno standard minimo. Commissione europea e Consiglio d’Europa hanno raccomandato di estendere le stesse tutele alle cause interne. Belgio, Francia, Paesi Bassi e Polonia lo hanno fatto, l’Italia no: ha copiato lo stretto perimetro europeo e poi lo ha ristretto ancora.  

Infatti, per la direttiva una causa smette di essere transfrontaliera in caso siano soddisfatte due condizioni insieme: che le parti vivano nello stesso Paese e che lì si verifichi il resto della vicenda. Il decreto proposto dal Governo ha tenuto solo la prima condizione. Risultato: se chi fa causa e chi la subisce risiedono entrambi in Italia, il caso è interno, anche se l’inchiesta riguardasse, per esempio, una multinazionale o un impianto costruito all’estero. 

Un perimetro già stretto si restringe ancora. E qui il decreto italiano rischia di violare la direttiva che dovrebbe attuare. 

 

 

A che punto siamo

 

Si tratta di un decreto delegato quindi il Parlamento non lo può emendare, ma può solo esprimere pareri che non vincolano il Governo. Le Commissioni hanno tempo fino al 18 agosto, poi il testo torna in Consiglio dei ministri per l’approvazione definitiva. 

– 28 luglio: CASE Italia viene audita dalla Commissione Giustizia della Camera e deposita una memoria con dieci proposte puntuali di modifica.

– 30 luglio: la Commissione Politiche UE della Camera dà parere favorevole senza osservazioni, scrivendo che il decreto «adotta una definizione molto ampia di questione transfrontaliera».

– 5 agosto: la Commissione Giustizia del Senato approva un parere favorevole con due osservazioni. Le proposte alternative  di PD e M5S, che includevano diversi dei rilievi sollevati nella memoria, non sono state votate.

– Camera: la Commissione Giustizia non si è ancora espressa.

 

Sul voto del Senato ci sono due cose che meritano di essere raccontate. 

La prima. Fino al giorno prima la proposta di parere conteneva un rilievo proprio sulla nozione di «transfrontaliero», il difetto principale del testo, quello segnalato da giuristi e associazioni e su cui aveva chiesto chiarimenti anche un senatore di maggioranza. All’ultimo momento è stato tolto, come risulta dal resoconto della seduta.

La seconda. Delle due osservazioni rimaste, una chiede al Governo di eliminare la possibilità per il giudice di condannare chi ha fatto causa in modo abusivo a pagare le spese oltre le tariffe forensi. Va nella direzione opposta a quella indicata dalla direttiva che prescrive la condanna al pagamento di tutte le spese di giudizio. Se accolta, su quel punto il testo uscirebbe dal Parlamento più debole di come vi era entrato. 

 

 

Cosa si può ancora fare

 

Il testo non è chiuso e il decreto non è ancora legge: torna al Governo, che può correggerlo. La Commissione Giustizia della Camera, inoltre, deve ancora votare. Le tre cose principali che chiediamo: 

  1. Che le tutele valgano per tutti: cause interne e transfrontaliere e procedimenti di ogni natura, penale compreso. 
  2. Che chi fa causa in malafede ne risponda davvero: rimborso integrale delle spese a chi la subisce e sanzioni efficaci contro chi ne fa un metodo.
  3. Che valgano anche per chi è sotto causa adesso. Così com’è scritto, il decreto si applica solo ai giudizi futuri: chi oggi sta subendo una SLAPP resta fuori. 

 

E poi c’è la cosa più semplice: parlarne. Il momento decisivo potrebbe cadere a fine agosto, quando il Paese è in ferie e le redazioni sono a organico ridotto. Una legge che riguarda la libertà di parola di tutti non dovrebbe passare nel silenzio. 

Per questo abbiamo lanciato «Un ombrello bucato non protegge nessuno»: perché una legge che nasce per proteggere chi finisce sotto azioni legali temerarie, ma esclude la maggior parte delle persone che dovrebbe difendere, non protegge nessuno. 

 

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