11 Dicembre 2020

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Perché il lobbying di Facebook, Google & C. in Europa è preoccupante

di The Good Lobby

Dopo più di un decennio di poche o zero regole e di un’etica di autoregolamentazione che ha permesso di poter agire in maniera indisturbata, i giganti della tecnologia sono finiti sotto la lente di ingrandimento dei politici di tutto il mondo. Non sorprende quindi che le aziende tech siano impegnate in una delle loro attività preferite – fare lobbying sui politici – combattendo, quindi, per mantenere lo status quo. 

 

In Europa, un tentativo notevole di regolamentare i colossi del web è rappresentato dal Digital Services Act che potrebbe avere un impatto significativo sul funzionamento delle piattaforme – dagli annunci pubblicitari che possono mostrare, a cosa possono invece fare con i dati raccolti e alla responsabilità di rimuovere quelli che saranno considerati “contenuti illegali”.

 

Le grandi aziende tecnologiche stanno rispondendo in modo altrettanto degno di nota, con azioni di lobbying caratterizzate da 1) forte incremento della spesa; 2) aggressività; 3) sfruttamento delle conoscenze e della notorietà del marchio e 4) opacità in termini di finanziamento.  

 

In primo luogo, quindi, c’è stato un notevole aumento della spesa. Corporate Europe Observatory, un gruppo che lavora per smascherare i privilegi nell’accesso alle decisioni di cui godono le aziende e i loro gruppi di pressione nell’UE, ha rivelato che Google, Apple, Microsoft, Amazon e Facebook hanno speso insieme più di 21 milioni di euro per l’attività di lobbying a Bruxelles nel 2019, di cui più di un terzo speso dalla sola Google.
La situazione è simile dall’altra parte dell’Atlantico, dove gli stessi attori hanno speso oltre 20 milioni di dollari in lobbying proprio nel primo semestre di quest’anno. Nello scorso anno, solo Facebook e Amazon hanno speso ben 17 milioni.  

 

Con più soldi, anche l’arsenale dei lobbisti diventa più ampio e, in parte, più aggressivo e insidioso. Nel gennaio 2020, Euronews ha raccontato di come Facebook offra caffè gratis a Bruxelles, dopo essere finita nel mirino delle istituzioni europee, nel tentativo di migliorare la propria immagine. Eppure la maggior parte dei loro sforzi non sono sempre pubblici. Di solito i loro lobbisti tengono fuori dalla conversazione i grandi giganti del web che rappresentano al punto che un deputato ha sostenuto che a volte è difficile rendersi conto che quelli con cui stanno parlando agiscono in nome di queste società. 

 

il livello di aggressività è dimostrato anche dai documenti interni di Google trapelati, che rivelano la loro tattica di seminare conflitti all’interno della Commissione Europea nel tentativo di fermare l’adozione del Digital Services Act. Questo livello di interferenza con il processo decisionale può essere sicuramente considerato come uno sforzo per minare la democrazia. Un’altra pratica preoccupante che è stata adottata da questi attori è quella di creare “falsi gruppi di cittadini” – spesso denominati “astroturfing” – come raccontato da Margarida Silva nell’ultimo episodio del nostro podcast.  

 

Ma ci sono altri aspetti che rendono l’attività di lobbying delle Big tech diversa da quella portata avanti da altre industrie. 

 

Queste aziende fanno leva sulla loro esperienza mostrando il loro primato epistemico; il messaggio è “sappiamo meglio di chiunque altro come funziona la tecnologia, lasciateci fare e promettiamo che vi proteggeremo”. È ciò che emerge chiaramente anche nel settore dell’intelligenza artificiale. Sia Microsoft che Google hanno pubblicato i “principi etici” che guidano il loro lavoro, cercando di anticipare la politica o almeno costringendola a tenerne conto. Microsoft ha anche utilizzato questi principi per rispondere alla consultazione della Commissione sull’Intelligenza artificiale. 

 

Ma quando si tratta di competenze, i giganti della tecnologia cercano anche il supporto esterno. Stanno mobilitando molti think tank autorevoli attraverso il sostegno finanziario. Rappresenta un problema, tuttavia, la mancanza di trasparenza nel farlo. Stiamo assistendo al tentativo di influenzare i politici a loro favore, non solo utilizzando i soliti canali, ma anche cercando di conquistare l’opinione pubblica direttamente, sfruttando il proprio nome e il proprio marchio, o altre organizzazioni che godono di un’ottima reputazione. Un esempio lampante è la ricerca sull’antitrust finanziata in maniera massiccia dalle Big tech negli ultimi anni. Un ulteriore esempio è uno studio finanziato da Google che sostiene che l’introduzione del Digital Services Act potrebbe finire per costare 2 milioni di posti di lavoro e miliardi in PIL perduto.

 

Considerando la smisurata “potenza di fuoco” di cui dispongono, non è forse sorprendente che questi metodi sembrino avere successo. A dimostrarlo è l’incontro organizzato dalla Commissione con i rappresentanti di alcune di queste aziende per discutere, pochi giorni prima della pubblicazione, delle nuove regole contenute nel Digital Services Act, senza garantire la presenza di alcun attore della società civile. In un momento in cui stanno per essere prese decisioni cruciali, che avranno un impatto significativo sugli operatori del settore tecnologico, escludere dal dibattito la società civile, e tenere conto solo delle preoccupazioni di una parte- già molto note data la grande capacità di queste aziende di farsi ascoltare con la massiccia attività di lobbying portata avanti- è certamente preoccupante. 

 

La missione di The Good Lobby è quella di promuovere il lobbying quale elemento essenziale della democrazia, legittimo e necessario. Di conseguenza, spingiamo per un esercizio responsabile e sostenibile del potere politico delle imprese. 

 

Se il lobbying viene utilizzato in modo aggressivo e opaco, dovrebbe essere reso innanzitutto osservabile e poi poter produrre i suoi effetti. Chiediamo quindi alle istituzioni dell’Unione europea di adottare in modo proattivo pratiche di consultazione in grado di garantire che la voce dei cittadini e della società civile non si disperda e, soprattutto, non venga soffocata dai giganti del web. Chiediamo inoltre anche ai think tank di essere trasparenti sui loro finanziamenti.

 

Il dibattito politico sui dati e sulla tecnologia è dominato dai grandi giganti della tecnologia. Affinché il Decennio digitale europeo possa considerarsi un successo, i responsabili politici dell’UE dovrebbero comprendere che non è accettabile che ad essere ascoltata sia solamente una delle parti in causa e che dovrebbero essere messi in campo tutti gli strumenti utili a garantire le stesse possibilità di partecipare al dibattito, al fine di dare piena attuazione al principio di uguaglianza politica sancito dall’articolo 9 del TUE. Come sostenuto dal prof. Alberto Alemanno nel suo ultimo intervento, questo principio dovrebbe essere interpretato come una pretesa di parità di condizioni nell’accesso ai processi decisionali, garantita proattivamente dalle istituzioni, attuando riforme che spostino il potere per raggiungere l’obiettivo.

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