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Un anno e mezzo fa, a marzo 2021, IrpiMedia già raccontava le attività di lobbying che le aziende dell’oil&gas stavano attuando in Europa per far includere l’idrogeno nei piani nazionali del Recovery Fund. I progetti promossi a Bruxelles da queste aziende, ad analizzarli con attenzione, dimostravano già che il vero obiettivo non era tanto produrre e utilizzare l’idrogeno, quanto piuttosto continuare a vendere e a trasportare gas. L’idrogeno infatti non esiste in natura ed è prodotto quasi interamente attraverso la gassificazione del carbone o lo steam reforming del gas naturale (idrogeno “grigio”), ad alte emissioni di CO2.

Allo steam reforming si può affiancare la cattura e lo stoccaggio della CO2 e produrre idrogeno “blu”. Esistono anche metodi di produzione più “puliti”, come l’elettrolisi dell’acqua sfruttando energia rinnovabile (idrogeno “verde”), ma resta economicamente non competitivo e di difficile distribuzione e conservazione.

Improbabile quindi che possa rappresentare, almeno nei tempi brevi richiesti dalla crisi climatica ed energetica in corso, il game changer della transizione ecologica.

È piuttosto un cavallo di troia, una tecnologia abbastanza nuova ed entusiasmante da dipingere efficacemente di “verde” piani che nella pratica faranno ben poco per ridurre le emissioni di CO2 nel nostro Paese.

Nonostante questo, il Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) italiano affida più di 3 miliardi di euro alla componente per la produzione, distribuzione e utilizzo dell’idrogeno (Missione 2 Componente 2), a cui si aggiunge una parte non facilmente quantificabile degli 11,4 miliardi della Missione 4 Componente 2 “Dalla ricerca all’impresa”, che prevede fondi anche per la ricerca sull’idrogeno.

 

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La raccolta fondi

Questo progetto è finanziato grazie alle donazioni dei cittadini e delle cittadine.
Nel totale sono inclusi 2.500 euro donati da Patagonia,
azienda che si distingue nella responsabilità sociale di impresa.