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I ritardi nella realizzazione del Piano di ripresa e resilienza sono imputabili alle piccole amministrazioni territoriali: impreparate e sotto organico. A dirlo è la Corte dei conti. La seconda rata del Recovery Fund prevista per l’Italia è arrivata, ma prima del suo accredito, del quale il nuovo ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti si è detto orgoglioso, è arrivata anche la bacchettata della Corte dei conti italiana.

Più che una vera e propria bacchettata è stata una tirata d’orecchi, che la dice lunga però sullo stato della pubblica amministrazione italiana, in modo particolare quella locale, che sembra arrancare dietro ai progetti del Pnrr. Le amministrazioni locali sono quelle in maggiore difficoltà nella realizzazione dei target imposti dall’Unione europea. Ed è un vero peccato, perché a disposizione ci sono molti fondi che potrebbero intervenire a sistemare il patrimonio immobiliare dei comuni, che in Italia è tutt’altro che nuovo, ma anche i servizi, provati da un decennio di patti di stabilità, che vincolavano la spesa corrente (quella che copre in prevalenza i servizi) a una percentuale legata ai precedenti bilanci.

Fin dalla metà degli anni 2000 fu l’amministrazione centrale, su precisa indicazione dell’Unione europea, a imporre limiti di spesa. L’obiettivo era tenere sotto controllo gli sprechi e l’indebitamento, ma il risultato è stato quello di impoverire in modo progressivo anche gli organici delle amministrazioni. Soprattutto di quelle comunali, che oggi si arrovellano su come spendere i fondi che proprio dall’Europa stanno arrivando.

Il Pnrr potrebbe essere quella boccata d’ossigeno che alle amministrazioni manca, ma senza un’adeguata capacità di respirare si può solo rimandare il soffocamento. Come è successo negli ultimi 12 anni ad esempio a Ischia, l’isola travolta dall’alluvione lo scorso novembre. Il Ministero dell’ambiente aveva stanziato tre milioni di euro per prevenire il dissesto idrogeologico. Ma non sono mai stati spesi. Altri ne arriveranno proprio con il Pnrr e si sta già chiedendo il supporto dell’Istituto Ispra (specializzato in studi ambientali) per spendere quei fondi che rischiano di ritornare all’Europa.

 

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